VIGGIÙ Sandy Cane. 48 anni, italo americana, di colore. Con il padre afroamericano e la madre di Viggiù. Una black and white per dirla alla Barack Obama. E l’impressione che si ha è proprio quella di trovarsi di fronte alla stessa grinta e voglia di cambiamento del primo presidente nero degli Stati Uniti.Questo l’identikit della candidata sindaco che la Lega Nord ha scelto per Viggiù. E anche se manca ancora l’ufficializzazione in paese la sua campagna elettorale è già iniziata. Nata a Springfield (Massachusetts)il 28 luglio 1961, divide con Obama anche l’anno di nascita e il segno zodiacale, leone. “Già i miei amici fanno i paragoni – sorride – e mi chiamano l’Obama femmina”. Perché anche lei, come il nuovo inquilino della Casa Bianca, ha deciso di scendere in campo per il suo paese.Sfidando luoghi comuni e rompendo gli schemi. Candidandosi a sindaco di Viggiù per una lista sostenuta esplicitamente dal Carroccio che l’ha individuata come rappresentante ideale delle proprie istanze di rinnovamento. Discendente di una storica famiglia viggiutese, i Bernasconi, si è trasferita in Valceresio nel 1971 quando dopo la separazione fu affidata alla madre Maria Angela, scomparsa due anni orsono e di Viggiù conosce ogni vicolo e ogni strada. “Perché ci giocavo da bambina – racconta – combinando anche qualche marachella”. Laureata in lingua e letterature straniere se la cava bene anche con il dialetto bosino. E ora che è direttrice d’albergo, e si occupa di turismo ad alto livello, è pronta anche per rilanciare l’immagine di Viggiù. E per farlo ha scelto di correre per il Carroccio di cui è militante da tempi non sospetti. “So che qualcuno si potrà sorprendere – chiarisce Sandy Cane – ma la verità è che io penso di aver preso il meglio dalla mia parte afroamericana e da quella italiana. Sul federalismo, che ritengo il sistema migliore per governare uno stato, come sull’immigrazione che per essere sana deve offrire a tutti la possibilità di un lavoro, altrimenti genera sfruttamento e delinquenza. E a farne le spese, in un clima di paura generalizzata, saranno proprio gli stranieri e gli immigrati onesti. Chi dice che la Lega è razzista si sbaglia di grosso: si chiede solo il rispetto delle regole e integrazione”. Idee chiarissime anche su Viggiù. “È un paese che conosco come le mie tasche – evidenzia – e che ho sto vedendo peggiorare giorno dopo giorno. Penso ai giovani che non hanno punti di riferimento o attrattive: è necessario che tornino a vivere questa realtà”. Ecco allora i tanti ragazzi in lista pronti a portare il proprio contributo alla loro Viggiù. Paese da promuovere e tutelare. “Penso al rilancio turistico su misura – sottolinea la candidata sindaco del Caroccio - che va pensato e programmato. Quando ho collaborato con l’amministrazione per la cartellonistica storica e artistica in inglese abbiamo raggiungo un buon risultato. Ora va ampliato ulteriormente. Con attrazioni per le famiglie, e un rilancio culturale più popolare. Altro punto forte il sostegno agli anziani”. Per loro ha già in mente un modello mutuato direttamente dagli States. “Coinvolgerli nella vita pubblica – evidenzia – rendendoli parte integrante del sistema: aprendo loro le porte del volontariato e della partecipazione. Dal presidio dell’uscita dalle scuole, alla sinergia con i ragazzi e a tutta una serie di attività sociali”.
INCENDIO MEDIATICO NEL PAESE DEI POMPIERI
La Lega rompe gli schemi. Candidando a sindaco, probabilmente in prima assoluta a libello nazionale, una donna di colore. Italo americana, con origini afro, e leghista convinta. E, secondo alcune indiscrezioni e rumors elettorali, non dovrebbe nemmeno essere l’unica esponente di origine straniere compresa nelle liste sostenute dal Carroccio. Voci ancora in attesa di conferme, infatti, ma molto accreditate raccontano anche la presenza, come candidati consiglieri di un uomo di origine albanese a Golasecca e di un ivoriano ad Arsago Seprio. Il vero colpo però è senza ombra di dubbio Sandy Cane, già ribattezzata affettuosamente tra i suoi supporters “l’Obama della Lega Nord”. Conosciutissima in paese, attiva, ottimamente inserita per il Carroccio è la candidata ideale per sparigliare le carte. Sostanza, insomma, non facciata. “Non è sicuramente una candidatura mediatica o figlia dell’improvvisazione – chiarisce il segretario provinciale Stefano Candiani - . Sandy Cane è da anni che ci segue e ora pensiamo sia in grado di affrontare con successo sia le liste che fanno riferimento al centrosinistra, sia quelle che fanno riferimento al centrodestra. A Viggiù corriamo contro tutti con una persone forte, decisa e valida”. Del resto la competizione di annuncia più che mai agguerrita con un pool di pretendenti chiamati a colmare il vuoto lasciato dal sindaco uscente Federico Rizzi. Pochi punti di riferimento, dunque, e competizione più che mai aperta. E il profilo “politico” di Sandy Cane, l’italo-afro-americana viggiutese del Carroccio rispecchia appieno quello del movimento che la candida. “In primo luogo – chiarisce anche il coordinatore valceresino della Lega Nord, Andrea Canazza – è una federalista convinta. Modello di governo che ben conosce avendo radici americane. In secondo luogo crede, come noi, che l’immigrazione vada regolata anche sulla basa dell’effettiva possibilità di ottenere un posto di lavoro”. Ecco il motivo della scelta che, scendendo nei dettagli viggiutesi, “si fonda nella consapevolezza di dover tutelare territorio e tradizioni locali”. “Questo perché – chiarisce la candidata – in me ho due anime. Quella americana, nazione con poco passato e poca storia, mi fa apprezzare di più le tradizioni e la cultura del passato italiana e di Viggiù. Valori che sono convinta vadano ripresi, trasmessi alla nuove generazioni come utile strumento per apprezzare il proprio territorio e contribuire alla sua crescita”.
VARESE Finito a picconate sulla testa, dopo essere stato accoltellato una decina di volte, e sepolto in giardino sotto un metro di terra.È stata un’esecuzione di “inaudita ferocia” quella portata alla luce dalla squadra mobile di Varese che ha arrestato due giovani varesini ritenuti responsabili dell’omicidio di un ragazzino di origine croata. La vittima è Dean Catic, non ancora diciassettenne, nato a Pola ma residente da anni nel quartiere varesino di Bobbiate. Ad ucciderlo Andrea Bacchetta e Jacopo Merani, di 19 e 20 anni,finiti in manette con l’accusa di omicidio volontario aggravato e occultamento di cadavere.Il “brutale delitto” è avvenuto, secondo la ricostruzione degli inquirenti, nella notte tra lunedì e martedì scorsi. Tutto ha inizio in serataquando i tre si incontrano in un bar di Varese. Verso la mezzanotte escono dal locale e si dirigono in auto verso il quartiere varesino delle Bustecche. Lì, in via Majano, una laterale abbastanza isolata, scatta la trappola probabilmente innescata dai dissapori legati allo spaccio di droga. La vittima viene colpita con un coltello tenuto in auto e ferita. Il diciassettenne allora prova la fuga e tenta di allontanarsi dalla vettura ma i due lo raggiungono e infieriscono diverse volte. Almeno una decina i fendenti scagliati contro di lui. L’ultimo alla schiena lo fa cadere a terra incosciente.A quel punto viene caricato di nuovo in auto e portato nella casa di Jacopo Merani: una villetta su due piani con giardino a Bizzozzero, quartiere alla periferia di Varese. Qui il corpo viene scaricato nei pressi del garage. Ma è ancora vivo. Forse rantola. Merani allora lo finisce a colpi di piccone. Poi viene messo in atto il tentativo di nascondere il cadavere: avvolto nel cellophanee poi sotterrato nell’orto della casa. Mercoledì la svolta. Prima la denuncia della scomparsa fatta dalla madre del giovanepoi una telefonata anonima arrivata in questura da una cabina: “Un ragazzo è stato ammazzato: si chiama Dean”. Un testimone, probabilmente, che ha indicato la via Majano, il luogo dove sono state inferte le prime coltellate a Dean, e il suo tentativo di fuga. Li gli agenti hanno trovato il berretto del ragazzo e la sua collanina a forma di “V”. Oggetti che gli stessi Bacchetta e Merani sono tornati a cercare dopo l'omicidio. Una mossa falsa che insieme alla ricostruzione dei loro movimenti li ha inchiodati. Nelle scorse ore le confessioni di fronte al pubblico ministero Agostino Abate. Racconti dai quali sono emersi i particolari agghiaccianti.Merani, l'unico ad aver aggredito ripetutamente e finito Dean Catic avrebbe agito con premeditazione. Prima l’appuntamento al bar, il giro in auto e infine la buca scavata nel giardino e i fiori piantati dopo, per meglio nascondere il corpo. Una trama che assomiglia ad un videogioco dell’orrore, gli stessi che Merani aveva in casa e con i quali si divertiva alla console. Tra questi “Vendetta”, gioco di ruolo sulla violenza e la rivalità tra le bande della scena hip-hop.Pochi del resto gli agganci con la realtà per spiegare l’efferatezza del delitto se non una possibile discussione legata alla droga. Roba comunque di poco conto. Qualche grammo di hashish come quelli rinvenuti nelle case dei due arrestati. Giovani senza lavoro, già noti alle forze dell’ordine per episodi minori, figli di brave persone. Ora distrutte dalle azioni commesse da quelli che credevano “bravi ragazzi”.
ORRORE SENZA SENSO
Un coltello da cucina con una lama di venti centimetri e un piccone. Queste le armi usate per finire Dean Catic, 17 anni a dicembre, varesino di origini croate. Attrezzi di una furia omicida ancora difficile da spiegare. Prima un fendente in auto, al termine di un diverbio legato a questioni di droga e di spaccio, poi altre. Almeno una decina. Sferrate con violenza alla vittima in fuga. Resa incosciente dall’ultima alla schiena. Ma non ancora uccisa. La morte gli è stata inflitta a picconate alla testa. Vicino al garage di Jacopo Merani, 20 anni, ora in carcere insieme a Andrea Bacchetta, di 19, con l’accusa di omicidio volontario aggravato e occultamento di cadavere. Sono loro gli autori del “brutale delitto” commesso nella notte tra lunedì e martedì scorsi e portato alla luce nelle scorse ore dalla Squadra Mobile di Varese. Sono loro che poi hanno avvolto il corpo dell’ex amico, a cui forse li legava anche la droga, in grossi teli di plastica per poi seppellirlo in giardino. Sopra, poi, Merani ci ha piantato anche dei fiori. Trucco con cui pensava di nascondere per sempre il cadavere. Al riparo da occhi indiscreti nel terreno della villetta su due piani che divideva con la madre a Bizzozzero, quartiere alla periferia di Varese. Casa isolata. Staccata dalle altre. Con i vicini che non possono che ripetere “che tutto questo orrore per noi è stato improvviso e senza spiegazioni”. Particolari da horror, come i videogiochi sequestrati proprio a Merani. Immagini crude, di scontri di strada, lotte tra bande, rappresaglie che potrebbe aver trasferito nelle realtà per regolare un piccolo conto in sospeso. Niente comunque che potesse in qualche modo lasciar presagire una “tale ferocia”. Esecuzione che doveva rimanere segreta per farla franca. A tradirli, però, ci ha pensato una telefonata anonima partita da una cabina pubblica e arrivata direttamente al centralino del 113. Il racconto di un probabile testimone che informava gli inquirenti del delitto avvenuto nel quartiere varesino delle Bustecche. Quello però era solo l’inizio. E mentre la famiglia di Dean provava invano a chiamarlo il ragazzo veniva finito nel giardino della casa di via Duno a colpi di piccone. “Siamo distrutti – racconta il fratello della vittima – . Lunedì abbiamo provato a cercarlo tutta la notte. Il telefono squillava a vuoto fino a mezzanotte poi non ha più dato segni”. Piastrellista con il padre è uscito dicendo che avrebbe trascorso la serata al bar con amici. Gli stessi che poi lo hanno massacrato. Figli di brave persone, (la madre di Bacchetta è una dipendente comunale) sembravano ragazzi come tanti. Noti alle forze dell’ordine solo per piccoli episodi, si sono trasformati in carnefici senza scrupoli. “Non riusciamo ancora a crederci – spiegano ancora i vicini - . Siamo sotto choc e senza parole”.
VIGGIÙ Ucciso a coltellate dal vicino di casa. Così ha perso la vita, venerdì 3 aprile, Gianpaolo Grilli, 52 anni. Fatali le coltellate alla parte sinistra del torace che, intorno alle 17.30 al termine dell’ennesimo litigio, gli sono state inferte dal cinquant’enne Claudio Baldan. Una tragedia che ha insanguinato una casa di corte di via Della Croce al civico 21, nel centro storico di Viggiù. Tutto, secondo quanto appurato dai carabinieri della compagnia di Varese, si è consumato nel giro di alcuni istanti. Senza un motivo preciso, infatti, l’accoltellatore ha raggiunto dal primo piano della sua abitazione il secondo dove viveva la vittima. Lì sarebbe nata una colluttazione al termine della quale sarebbero partite le coltellate fatali. Un raptus improvviso, probabilmente, legato a dissapori covati per anni da Baldan che ha probabilmente cercato lo scontro finale. Dopo il delitto è salito sulla sua automobile e si è diretto velocemente alla vicina stazione dei carabinieri dove ha immediatamente ammesso le proprie responsabilità. Per lui è cosi scattato l’arresto. Intanto, in via Della Croce, si consumava un dramma nel dramma. Con la figlia minorenne dell’omicida che ha tentato in tutti i modi di salvare la vita all’uomo gravemente ferito dal padre. Lei, volontaria della Croce Rossa, stava rientrando in compagnia di una vicina quando si è accorta della tragedia. Così ha subito cercato di tamponare le lesioni profondissime inferte dalle stilettate mentre con il telefonino ha allertato il 118. Poi, fino all’arrivo dell’ambulanza lei con la vicina, ha seguito passo dopo passo le istruzioni che arrivavano dai soccorsi nel tentativo di salvare la vita di Gianpaolo Grilli. Ma quando sono state raggiunte dai medici il suo cuore già aveva smesso di battere: così è stato rianimato sul posto e intubato prima del trasferimento d’urgenza al pronto soccorso dell’ospedale di circolo di Varese dove però è deceduto poco dopo il ricovero. Epilogo drammatico di una convivenza diventata ormai insostenibile. Con i due, ex amici inseparabili, che da tre anni a questa parte, senza una precisa ragione, erano diventati ostili. Un rancore, forse aggravato dalla depressione di cui sembra soffrisse l’accoltellatore, e che nel tardo pomeriggio di ieri è esploso in tutta la sua violenza. Ora dovrà rispondere dell'accusa di omicidio volontario.
I TESTIMONI
“Quando siamo arrivate in via Della Croce abbiamo sentito le grida e siamo subito accorse nella corte. Lì abbiamo visto Gianpaolo, pieno di sangue, riverso per terra”. Così una vicina di casa, la prima ad intervenire insieme alla figlia dell’accoltellatore di 17 anni, ricorda i drammatici istanti seguiti alla tragica lite tra i due ex amici che condividevano la stessa abitazione. La vittima, Gianpaolo Grilli, di 52 anni,al secondo piano, il suo aggressore, Claudio Baldan di 50, al piano terra e al primo. “Quando ci siamo rese conto di quello che poteva essere successo abbiamo dato immediatamente l’allarme- racconta – io ho chiamato i carabinieri mentre la figlia di Claudio che è volontaria della Croce Rossa è corsa in casa, ha preso degli asciugamani, e in contatto telefonico con il 118 ha cercato in tutti i modi di salvare la vita all’uomo ferito dal padre”. Attimi concitati in cui la ragazza ha messo a frutto le sue competenze per strappare dalla morte il vicino di casa. “Ha premuto la stoffa contro le ferite – ricorda la donna – e insieme abbiamo cercato in tutti i modi di fermare l’emorragia ma Gianpaolo era tutto coperto di sangue. Sembrava ancora cosciente ma non rispondeva. Poi sono arrivati i medici, con l’ambulanza, e allora il suo cuore ha smesso di battere. Lo hanno intubato e rianimato poi è scattata la corsa verso l’ospedale”.Dove però Gianpaolo Grilli si è arreso alle ferite che l’ex amico Claudio gli ha inflitto all’improvviso. “Non sappiamo quale possa essere stata la causa scatenante – raccontano altri vicini – certo erano anni che le incomprensioni crescevano”. Motivi futili che hanno logorato, fino a strapparla, un’amicizia un tempo solida. “Erano legatissimi. Amici veri. Inseparabili. Ricordo le cene insieme. La voglia di vedersi sempre. Un affiatamento che all’improvviso si è rotto. E il motivo – sottolinea il cognato dell’assalitore – non lo saprei nemmeno dire. Sciocchezze che poi magari finiscono per essere esasperate”. Di sicuro per Claudio Baldan questo non era un momento facile. In attesa di vedersi riconosciuta una pensione di invalidità per i problemi cronici ad una gamba, dopo una frattura delicata e un intervento chirurgico a suo dire non corretto, tanto da dare il via ad una causa con l’ospedale, pare soffrisse di depressione. “Era stato anche ricoverato – ricorda il cognato – e so che prendeva delle pastiglie”. Momentaneamente senza lavoro, sposato con Rita che per arrotondare accudiva dei bambini e con una figlia nemmeno maggiorenne probabilmente non ha retto allo stress. Anche se in passato non erano mancate già altre occasioni di scontro. “Lo scorso dicembre Claudio – racconta un’altra vicina – aveva attaccato Gianpaolo con lo spray al peperoncino. Ma tutto si era risolto”. Ieri, invece, le conseguenze sono state mortali.
UN PAESE SCONVOLTO
È uscito con gli occhi lucidi dalla sua casa. Ha superato il portone di via Della Croce, al civico 21, ed è salito sull’auto. Diretto all’ospedale di Varese. Questa la reazione di Manuel Grilli, figlio dell’uomo ucciso a coltellate dal vicino di casa, alla notizia delle gravissime condizioni in cui versava il padre ricoverato in pronto soccorso al Circolo. È arrivato a casa dal lavoro in Svizzera è si è precipitato al capezzale del genitore. Intanto fuori dalla corte di via Della Croce - già balzata agli onori del dramma perché all’interno, un’altra abitazione, vive anche il 53enne che il 20 gennaio del 2008 aveva travolto a Baraggia un gruppo di persone sul marciapiede il giorno della festa del paese uccidendo una 14enne e ferendo altre 12 persone, molte delle quali giovanissime – a nemmeno un’ora dall’aggressione che più tardi si rivelerà in tutte le sue conseguenze più tragiche, la gente cerca di capire. Di dare un senso ad un dramma che ha sconvolto per sempre la vita di due famiglie. E che ha trasformato in vittima e carnefice due amici, un tempo inseparabili. Gianpaolo Grilli, 50 anni, separato con una figlia che stava con la moglie, un lavoro da operaio, viveva al secondo piano di una delle abitazioni della corte con il figlio Manuel di 19 anni, a sua volta dipendente di una ditta svizzera. Sotto, al piano terra e al primo, risiedevano Claudio Baldan, la moglie Rita e la figlia Alice. Lui, ex autotrasportatore di frutta e verdura per un impresa del Canton Ticino era attualmente senza lavoro. Dopo una serie di problemi ad una gamba che non voleva guarire era in attesa della pensione di invalidità. Anche la moglie, al momento, non aveva un lavoro fisso e si arrangiava come babysitter per tre bambini che anche ieri pomeriggio erano in casa. Con loro la figlia, 17enne, che ha tentato il tutto per tutto per strappare alla morte l’uomo accoltellato dal padre. E i rapporti, un tempo normali con tanto di cene collettive che pian piano si sono logorati fino a diventare impossibili. Fino a spingere Claudio a cercare lo scontro risolutore. Come nel tardo pomeriggio di ieri. Lasciando partire quelle coltellate mortali. E lasciando un paese intere ancora una volta in cerca di una ragione per il sangue tornato a scorrere. Come quella mattina del 4 maggio del 2005, quando a poche centinaia di metri, Gaetano Restivo, con un fucile calibro 12, aveva ucciso i fratelli Gianni di 24 anni e Antonio di 14. Ieri, invece, è stata la volta delle coltellate tra vicini al termine di una lite assurda. Di un altro dramma impossibile da dimenticare.
VICINI DA MORIRE TRA GELOSIE E LITIGI
Una convivenza diventata impossibile. Che spesso sfociava in insulti, dispetti, e persino qualche contatto fisico. Questo il rapporto tra Claudio Baldan, 52 anni, e Giampaolo Grilli di 50. Due vicini di casa un tempo inseparabili ma da anni ai ferri corti. Contrasti sfociati venerdì sera in almeno due coltellate con le quali Claudio ha ucciso l’ex amico Giampaolo. Ultimo atto di un rapporto logorato per motivi che a Viggiù in gran parte sussurrano nelle strette vie del centro storico e che anche i carabinieri stanno vagliano in queste ore. Sarebbe, infatti, la gelosia la causa scatenante dei dissapori esplosi l’altro ieri. “Perché le voci corrono – raccontano da via Dalla Croce – e questo ormai non era più un segreto per nessuno”. Così a Viggiù il probabile movente che ha armato la mano dell’assalitore è una sorta di segreto noto a tutti. Quasi un’ovvietà che solo per pudore si cerca di annacquare. Quella di un raptus passionale. Perché in paese la spiegazione che corre di bocca in bocca per un gesto altrimenti senza spiegazioni è proprio questa. “Non è un mistero che da tempo – chiariscono da piazza Albinola – sospettasse un rapporto tra sua moglie e il vicino. E non è un mistero che i due da allora, proprio per questo, fossero in continuo contrasto”. Con Claudio Baldan che pare si sentisse addirittura perseguitato dalla presenza di Giampaolo Grilli. Al punto da presentare negli anni scorsi anche una querela, per ingiuria e minacce, nei confronti dell’ex amico. Atto a cui, sembra, avesse fatto seguito un colloquio con carabinieri cui aveva riferito di come proprio il suo ex amico Grilli avesse una probabile relazione con la moglie. Sospetti o qualcosa di più, difficile dirlo. Anche se Baldan già nello scorso dicembre aveva cercato lo scontro, armato di spray urticante al peperoncino, con Grilli. Episodio che però si era risolto senza alcuna denuncia grazie all’intervento dei figli, amici della stessa compagnia, che erano riusciti a riportare la situazione sotto controllo. Quello che nessuno ha potuto fare venerdì sera. “Claudio ha perso la testa – racconta anche una vicina che con l’autore del delitto ha in comune l’origine veneta – e il perché è facile da comprendere. Non ha più retto alla situazione. Al sospetto che la moglie avesse una relazione con il vicino. Io lo conosco bene, l’ho visto crescere e spesso passava le serate con mio figlio che ha più o meno la stessa età. E queste cose le diceva. Diceva quanto soffrisse per il comportamento della moglie e per quei sospetti di una relazione proprio con l’ex amico. È questo che li ha messi uno contro l’altro. Poi, probabilmente, la depressione che lo aveva colpito dopo l’infortunio alla gamba e una guarigione solo parziale, e i recenti problemi al polso, aggiunta alla perdita del lavoro hanno ingigantito la sua frustrazione. Ma Claudio è sempre stato un uomo buono. Non so cosa gli è passato per la testa. Evidentemente non ha più retto”. Prostrato dalla depressione crescente, nonostante le cure, dai problemi fisici e da quel pensiero di un tradimento della moglie che, a ragione o meno, lo assillava fino a sfinirlo psicologicamente. Fino a farlo scoppiare. Armandogli la mano dell’ex amico ormai divenuto un incubo insopportabile.
“UNA TRAGEDIA CHE CI OBBLIGA A RIFLETTERE”
“Ancora una volta dobbiamo fare i conti con una tragedia”. Così il sindaco di Viggiù, Federico Rizzi, prova a cercare un senso nel dramma che ha coinvolto il paese. “Cercare una logica credo che ora come ora – spiega – sia davvero difficile. Non possiamo che stringerci e riflettere sul dolore che stanno attraversando queste due famiglie”. Con Viggiù che ancora una volta, nel giro di pochi anni, è chiamata ad affrontare e superare un fatto di sangue. “Purtroppo – aggiunge – anche se episodi come questo possono capitare ovunque siamo noi quelli costretti a fare i conti con la realtà. A dover interrogarci ancora una volta sul senso della vita e sul perché i rapporti si incrinino a tal punto da generare violenza”. Perché se da un lato è innegabile che la relazione tra Viggiù, come località, è questo omicidio maturato per conflitti di vicinato sia del tutto occasionale, dall’altro è altrettanto vero che è di nuovo tutto questo paese che si sente toccato da quanto accaduto venerdì sera nel suo centro storico. “Sono episodi che solo quanto ti succedono vicino – chiarisce infatti il primo cittadini – di costringono a spalancare gli occhi e a ragionare su come potenzialmente possono accadere a chiunque senza possibilità di prevenzione. Perché nessuno avrebbe potuto anche solo immaginare lontanamente un epilogo così drammatico”. Una realtà che a poche ore dall’accoltellamento mortale è ancora difficile da accertare. “Sono in contatto con degli amici delle due famiglie – spiega Rizzi – e nei prossimi giorni proverò ad incontrarli per far sentire loro la nostra vicinanza”. Intanto il porto di legno del cortile di via Della Croce, ieri, è rimasto chiuso per tutto il giorno. Con le due famiglie divise dalla tragedia che hanno trascorso la giornata lontano dalle proprie abitazioni. Finestre chiuse, come quelle delle case vicine con le serrande abbassate anche in pieno giorno. Quasi a volersi riparare dalla tragedia che venerdì ha insanguinato quel cortile. “Ho provato a parlare con loro – racconta anche don Giuseppe, parroco di Viggiù – a per tutto il giorno non sono riuscito a contattarli. In questi casi bisogna solo riflettere e pregare per queste due famiglie distrutte”. Il tempo per comprendere arriverà. “Evidentemente il malessere di Claudio Baldan – conclude il parroco – era decisamente più logorante di quanto si potesse pensare. Forse anche la perdita del lavoro ha influito su questa sua reazione insensata”.
“OMICIDA PER COLPA DELLA DEPRESSIONE”
Viggiù si divide sulla premeditazione del delitto. Sull’esistenza o meno di un disegno preciso dietro le coltellate mortali costate la vita a Giampaolo Grilli, 52 anni. Se per alcuni, infatti, l’aggressione mortale è solo figlia di un raptus improvviso di violenza, aggravato dalla depressione di cui Claudio Baldan soffriva, esploso dopo anni di sofferenze, per altri è solo stato il finale di un dramma annunciato. “Se è vero che si sentiva minacciato – spiegano in tanti – anche se oggettivamente magari non c’era alcun motivo per provare questa sensazione è possibile che la malattia lo abbia spinto volutamente a questo gesto”. Resta comunque la molla della depressione che i viggiutesi individuano come vera e propria responsabile. “È un male oscuro – racconta una vicina di casa – e parlo a ragion veduta perché anche io per questo sono stata in cura proprio dove si curava Claudio e ti può portare a pensieri tristi. Brutti e pericolosi. Se a questo aggiungiamo le voci e le gelosie: nessuno può veramente capire cosa può essergli successo nella testa”. Perché anche nel centro storico di Viggiù sono in diversi ad ammettere come Claudio Baldan si sentisse addirittura perseguitato dalla presenza di Giampaolo Grilli. Al punto da presentare negli anni scorsi anche una querela, per ingiuria e minacce, nei confronti dell’ex amico. Atto a cui, sembra, avesse fatto seguito un colloquio con carabinieri cui aveva riferito di come proprio il suo ex amico Grilli avesse una probabile relazione con la moglie. Sospetti o qualcosa di più, difficile dirlo. E da un paio d’anni i contatti e i conflitti erano continui. “Ma non posso credere che Claudio, che io ho visto crescere abbia programmato l’aggressione per uccidere il suo vicino”. A parlare è un’anziana di via Della Croce. Amica di famiglia di Baldan che spesso frequentava la sua abitazione e quella del figlio. “Hanno più o meno la stessa età – racconta – e per questo lo conosco fin da piccolo. Poi è di origine veneta come noi e così l’amicizia si è cementata. E anche se adesso sembra strano io posso dirlo perché è cinquant’anni che lo conosco. Claudio Baldan è una persona buona. È stata la malattia a cambiarlo, a farlo precipitare in un incubo. Spesso con noi parlava: ci raccontava quanto soffrisse per il comportamento della moglie e per quei sospetti di una relazione proprio con l’ex amico. Ma non posso pensare che abbia pensato di ucciderlo volutamente”. Parole pronunciate con commozione e con la consapevolezza di un gesto che, pianificato o meno, ha rovinato per sempre due famiglie. “Non c’è giustificazione per questo omicidio – ripete l’amica di famiglia – ma nessuno mi convincerà mai che è stato qualcosa di premeditato. Claudio ha perso la testa: perché la gelosia di una relazione vera o presunta della moglie con il vicino, i problemi di salute, la perdita del lavoro e la depressione crescente lo hanno schiacciato fino a farlo esplodere”. Saranno le indagini, comunque, ad accertare la verità. “Noi – ha spiegato il parroco Giuseppe Poratelli, durante la celebrazione della messa – non possiamo fare altro che pregare per queste due famiglie distrutte da questo episodio di sangue che addolora tutta la nostra comunità”.
CUASSO AL MONTE “Vuoi il mio posto? Prenditi il mio handicap!”. Recita così lo slogan di una famosa campagna lanciata contro l’occupazione abusiva e fuori legge dei posteggi riservati ai disabili. Peccato che a Varese le cose non funzionino proprio come in questo cartello. Perché, come dimostrano due sentenze emesse dal giudice di pace Anna Sfardini, anche se si viene beccati in sosta all’interno degli spazi riservati ai portatori di handicap si può, abbastanza agevolmente, farla franca, vedendosi decurtata o addirittura annullata la sanzione. Ne sanno qualcosa il sindaco di Cuasso al Monte, Francesco Ziliani e gli agenti della polizia locale del consorzio di valle andati letteralmente su tutte le furie dopo due sentenze analoghe emesse il 26 giugno del 2006 e il 28 ottobre del 2008. Atti che ci sono stati consegnati negli scorsi giorni e che dimostrano tutta la gravità della situazione. I fatti raccontano di due contravvenzioni emesse dagli agenti della polizia locale della Valceresio ai danni di due automobilisti che a Cuasso al Monte avevano lasciato la loro auto in sosta proprio nello spazio riservato ai portatori di handicap. Così è puntualmente scattata la sanzione per violazione dell’articolo 155/5 del Codice della strada che senza ombra di dubbio recita come “la fermata e la sosta sono vietate negli spazi riservati alla fermata o alla sosta dei veicoli per persone invalide”. E proprio quando, per una volta, i furbetti sembravano essere stati inchiodati alle loro responsabilità è arrivato il colpo di scena. Con i due ricorsi presi in considerazione e accolti, in pieno in un caso e parzialmente nell’altro. Risultato: delle due contravvenzioni una è stata annullata, l’altra ridotta e decurtata nel valore a normale divieto di sosta generico. Con motivazioni che, per usare le parole del sindaco di Cuasso, Francesco Ziliani, “hanno del paradossale e lasciano senza parole”. “Il ricorso – scrive infatti il giudice di pace nella sentenza che annulla totalmente una delle due multe – è fondato e merita accoglimento perché il legislatore ha ritenuto di riservare degli spazi ai veicoli delle persone invalide affinché gli stessi potessero trovare un parcheggio libero senza essere costretti a faticose ricerche. Ma quando in determinate situazioni, per esempio la sera, vi è abbondanza di posteggi vuoti in zona, come dichiarato dagli agenti, la riserva dello spazio non risulta necessaria”. Morale un ricorso accolto e una sanzione annullata, l’altro parzialmente accolto con la multa ridotta. Il tutto con le stesse identiche motivazioni. E un messaggio potenzialmente devastante: posteggiare negli spazi disabili è possibile la sera e se ci sono altri posteggi disponibili. Tanto se dovesse arrivare un disabile potrebbe sempre arrangiarsi.
SENTENZE ABERRANTI
“Due sentenze aberranti che lasciano veramente senza parole”. Non usa mezze misure, l’avvocato Fabio Bottinelli, legale di fiducia dell’Avid di Varese, l’Associazione volontaria assistenza invalidi e disabili, per commentare gli accoglimenti, parziale in un caso e totale dell’altro, dei due ricorsi per le multe inflitte per sanzionare la sosta abusiva su spazi riservati ai disabili.
Avvocato come possiamo definire queste sentenze?
Credo che ci sia un solo aggettivo e che vada ripetuto per far comprendere la gravità di questa decisione ed è aberrante. Non ha dubbi insomma sulla contestabilità di questi pronunciamenti?
Nessuno. Perché i posti riservati ai disabili non hanno solo il fine di agevolarne la sosta, come ammette anche il giudice di pace, ma ne rivestono altre, ben più profonde, e che valgono sempre. Devono permettere ai portatori di handicap di usufruire al meglio degli spazi urbani. Per questo sono più ampi degli altri, più vicini alle altre infrastrutture, più comodi da raggiungere.
E come giudica la giustificazione implicita che il giudice fornisce in merito ad altri normali posteggi liberi in zona?
Questa semmai dovrebbe essere un’aggravante. Se ci sono posti auto liberi e uno sceglie deliberatamente di occupare quello riservato ai disabili non si può utilizzare come attenuante. Anche per punire un atteggiamento che vista proprio la disponibilità di altri posti auto ha tutti i caratteri dell’inciviltà. E la seconda delle due sentenze che derubrica la sanzione a divieto di sosta semplice come la giudica?
Questa se possibile è giuridicamente ancora peggiore. Perché o la sosta è consentita o non lo è per un determinato motivo. E se non lo è come in questo caso la sanzione deve contenere le motivazioni per cui è stata comminata. Quanto male fanno queste sentenze ai disabili e a chi cerca di tutelare i loro diritti?
Tantissimo. Perché di fatto annullano tutte le operazioni di sensibilizzazione che portiamo avanti. Qui siamo nel campo della follia. Perché folli sono le giustificazioni usate per annullare le sanzioni. Esiste almeno una nota positiva in questa vicenda?
Certo. L’atteggiamento degli agenti della polizia locale della Valceresio. Persone che hanno fatto in pieno il loro dovere. Per questo a loro e alle amministrazioni dico che personalmente non ho intenzione di lasciar cadere questa vicenda.
VALCERESIO Una Valceresio dei veleni. Ultima tappa dello smaltimento illecito di rifiuti speciali provenienti dai cantieri. È un quadro allarmante quello che emerge dalle recenti inchieste giudiziarie. Dopo il caso della cava Femar, e del presunto giro di rifiuti tossici dalla Svizzera, emerso negli ultimi giorni, i rapporti parlano ora di tre discariche abusive scoperte negli anni a Cantello, Arcisate e Viggiù. Potenziali bombe ecologiche, portate alla luce in tre anni a poche centinaia di metri l’una dall’altra. Con le conseguenze sull’ecosistema e la salute ancora da valutare e un preventivo approssimativo di svariati milioni di euro per le operazioni di bonifica. Un triangolo di rifiuti tossici che ha come cuore una delle aree verdi più importante dell’intero Varesotto: la Valle della Bevera. Zona un tempo incontaminata, dove ancora oggi sorgono attività agricole, bacini di pesca sportiva, agriturismi e che fornisce circa il 60% dell’acqua potabile a Varese. Qui, lontano dagli occhi dei cittadini, lungo strada sterrate frequentate solo dai camion che movimentano materiali si sarebbe consumato per anni, stando alle risultanze investigative acquisite finora dalla Procura di Varese, il “mercato clandestino” dei rifiuti speciali. Catrame, eternit, metalli pesanti: sostanze che per essere eliminate legalmente necessitano di procedure complicate e costose e che invece venivano gettate indiscriminatamente nei tre siti finiti nel mirino di finanzieri e magistrati. Il primo ordigno ambientale deflagra nell’ottobre del 2006. Nei terreni del deposito di un’azienda di trasporti di viale Varese a Cantello, l’inchiesta del sostituto procuratore di Varese, Tiziano Masini, porta alla luce 12mila metri cubi di catrame liquido, eternit e amianto. Sostanze pericolose stoccate sotto terra e riportate alla luce solo con l’aiuto di ruspe ed escavatori. Con il sospetto, manifestato dagli inquirenti, che il materiale nocivo potesse provenire dalla Svizzera. Passano pochi mesi e nel mirino finisce l’ex Cava Rainer di via Boccherini ad Arcisate. Su ordine del pubblico ministero Raffaella Zappatini viene sigillata. Perché secondo le accuse, due aree da 15mila e 10 mila metri quadrati, all’interno del sito, erano state riempite con materiale derivante da demolizioni edilizie e scavi: rifiuti classificati come speciali e provenienti da tutta Italia. A settembre dello scorso anno prende piede l’indagine sulla Cava Femar di Viggiù. È la cronaca di questi giorni, che, secondo l’accusa, parla di un traffico di sostanze pericolose dalla Svizzera all’Italia e che ha portato alla denuncia di tre persone. Anche in questo caso detriti speciali trattati come normale sabbia. Quantità enormi, secondo il procuratore capo Maurizio Grigo e il sostituto Luca Petrucci: 133mila metri cubi di inerti, provenienti dal Ticino, contaminati da amianto, arsenico e nichel. Altre sostanze tossiche. Ancora in Valceresio. Sempre nella Valle della Bevera.
NEL CUORE DELLA CAVA SOTTO ACCUSA
C’è una strada sterrata che porta alla cava dei veleni. La si incontra salendo da Arcisate lungo via della Bevera e svoltando a sinistra. Lì, superando buche e pozzanghere si arriva, dopo un centinaio di metri, all’ingresso della Femar di Viggiù. Quello che si vede è una collina alta circa 45 metri che dal cuore dell’area estrattiva, aperta fin dagli Settanda, domina un'area vasta circa 93mila metri quadri. Spazi scavati e ora ricoperti di vegetazione che secondo gli inquirenti delle fiamme gialle e della Procura della Repubblica di Varese nascondono al loro interno un potenziale ordigno ecologico. Si tratta di qualcosa come 133mila metri cubi di materiale ufficialmente composto da “sassi, ghiaia e pietre frantumate”, ma a quanto pare contaminato da elementi chimici pericolosissimi. Una quantità enorme, capace di riempire completamente, oltre 20 campi da calcio e visibile all’occhio umano. Difficile, però, distinguere ad occhio nudo sotto il verde e la terra gli elementi individuati. Eppure le analisi condotte dall’Arpa di Varese, anche attraverso carotaggi nel terreno lasciano pochi dubbi. Dai campioni prelevati e passati al setaccio è emerse infatti la presenza di sostanze altamente tossiche in quantità superiori a quelle consentite dalla legge. Si parla, ad esempio, di amianto crisotilo, altamente cancerogeno; di arsenico, uno dei veleni più micidiali fra quelli presenti in natura; e di nichel, metallo che diventa letale se assunto dall'uomo in alti dosaggi. Così ora la cava, posta sotto sequestro il 15 settembre 2008 dalla guardia di finanza di Gaggiolo sembra ora abbandonata. Non un rumore di mezzi al lavoro, i circuiti di triturazione fermi e nessun operaio all’interno. Restano facilmente visibili i depositi di sassi e ghiaia, lavorata e presente in varie misure di finezza. Con i segni dei pesanti camion ancora presenti sul piazzale sterrato su cui si affaccia l’ingresso. Tutto intorno una collina apparentemente come le altre. Dalla quale scendono rivoli di acqua che, ora, potrebbero rappresentare uno tra i nemici pubblici più pericolosi. La paura, infatti, è che il sito di estrazione delle Femar, nel frattempo, si sia trasformato in una bomba ecologica. E come ieri, sotto la pioggia, dalle alture l’acqua filtra a valle:si formano canali che, attraverso l'acqua, potrebbero condurre gli inquinanti oltre la discarica, o potrebbero addirittura contaminare le falde sotterranee. Complice un via vai di sostanze proibite che dal 2001 ad oggi ha trasformato la cava in un pericolo. Per l’ambiente circostante e potenzialmente anche per l’uomo.
IL SEQUESTRO DELLA CAVA FEMAR
Una collina alta 45 metri, oltre 133mila metri cubi di materiale ufficialmente composto da «sassi, ghiaia e pietre frantumate». Contaminato invece, a quanto pare, da elementi chimici pericolosissimi. L’ammasso, in via Bevera a Viggiù, era stato sequestrato il 15 settembre 2008 dalla guardia di finanza di Gaggiolo. In questi mesi la procura della Repubblica di Varese ha indagato su quella che ha tutta l’apparenza di essere un’enorme discarica abusiva. E in questi giorni è arrivata la conferma dei sospetti: dai campioni prelevati dall’Arpa è emersa la presenza di sostanze altamente tossiche in quantità superiori a quelle consentite dalla legge. Si parla di amianto crisotilo - altamente cancerogeno - arsenico e di nichel, metallo che diventa letale se assunto dall’uomo in alti dosaggi. L’area è gestita dalla Femar srl, società specializzata nell’estrazione e nel trasporto della sabbia con sede a Lavena Ponte Tresa. Nei guai sono finiti due dei titolari. Entrambi sono stati denunciati a piede libero. Sono accusati di traffico illecito di rifiuti e di aver costituito una discarica non autorizzata. Insieme ai due italiani è stato denunciato anche un cittadino svizzero residente a Lugano. Si tratta di quello che la procura ritiene essere il responsabile della spedizione dei rifiuti. Rifiuti che sembrerebbero provenire dalla zona di Stabio, cioè a cinque chilometri di distanza. Secondo la guardia di finanza, il trasporto del materiale illecito dalla Svizzera all’Italia era iniziato nel 2000. E in circa 8 anni (fino al momento del sequestro della cava) sarebbero stati effettuati circa 2500 trasporti.
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DALLA MONTAGNA DELLA VERGOGNA ALLA CAVA DEI VELENI
Un filo di veleni potrebbe unire la discarica abusiva scoperta dalla Finanza alla cava Femar di Viggiù alla collina della vergogna di Stabio, il sito di stoccaggio inerti, a pochi metri dalle case del Giaggiolo di Cantello. I rifiuti tossici scoperti all’interno dei 93mila metri quadrati dell’area di scavo viggiutese -133mila metri cubi di detriti tra cuiamianto, arsenico e nichel - sembrano infatti provenire, secondo i sospetti degli inquirenti, proprio dalla zona di Stabio e i residenti del Gaggiolo non hanno dubbi: “Si tratta delle stesse sostanze che si trovano a ridosso delle nostre abitazioni”. È quanto emerso ieri, nel corso del sopralluogo condotto dai consiglieri regionali, Mario Agostinelli di Rifondazione Comunista e Domenico Uslenghi della Lega Nord, ai piedi della montagna della vergogna: 350mila metri cubi di inerti, con amianto e stando agli oppositori, “persino metalli pesanti”. Ai due politici, arrivati a Gaggiolo su mandato della IV Commissionedi Palazzo Pirelli, quella “Ambiente e protezione civile”, i residenti hanno raccontato la loro storia, le preoccupazioni e uno sconcertante timore. Quello che proprio da Stabio partissero i camion poi diretti a Viggiù. “Possibilità – ha raccontato Salvatore Boeddu, anima del comitato che da anni si batte contro la collina di inerti – che è qualcosa di più di un sospetto. Siamo stati noi, infatti, a segnalare i movimenti dei camion e ad interessare anche la Guardia di Finanza”. Una battaglia la loro iniziata nel 2002 e che ieri hanno ripercorso davanti ai due consiglieri che, mascherina protettiva in viso, si sono avvicinati fino al cippo che, delimitando il confine italiano da quello elvetico, rappresenta la base del sito di stoccaggio. Ad accompagnarli con Boeddu altri due fondatori del comitato: Oscar Ostellini e Stefano Gatti. “La situazione qui – ha evidenziato Mario Agostinelli – è veramente gravissima. E credo che, anche alla luce dell’inchiesta sulla cava dei veleni di Viggiù, la Regione non possa continuare nel suo silenzio”. A dargli man forte il leghista Uslenghi. “Quello che queste persone stanno patendo da ormai 7 anni è qualcosa di incredibile – ha spiegato – capisco che la Svizzera possa avere altri regolamenti in materia di rifiuti edili e amianto ma è inconcepibile che li sbatta in faccia ai nostri cittadini”. Così la Regione potrebbe finalmente muoversi. “Perché in gioco c’è la salute di cittadini – hanno chiarito i due consiglieri – e i sospetti che oltre all’amianto qui vengano stoccati anche metalli pesanti. Ed è un nostro dovere arrivare fino in fondo a questa vicenda”. Nelle prossime ore, infatti, Agostinelli e Uslenghi riferiranno così alla Commissione regionale ambiente e parallelamente presenteranno un’interrogazione urgente in consiglio regionale per chiedere che gli assessorati competenti aprano immediatamente un contenzioso con la Svizzera circa il rispetto del diritto alla salute oltre che una verifica del grado di compromissione dei terreni dove sorge l’altra discarica di inerti svizzeri di Viggiù, questa abusiva e sequestrata dalle Fiamme gialle. Prevista anche un’operazione di sensibilizzazione per chiedere nuove e più accurate verifiche circa lo stato dell’aria e del suolo. “Perché se da un lato è innegabile che il sito sia in territorio elvetico – hanno ribadito i due consiglieri – è altrettanto vero che con le piogge, le infiltrazioni e il vento che trasporta le fibre d’amianto, le ricadute sul territorio italiano e sulle case di queste persone sono evidenti”.
LE TAPPE
1974: L’area di via Lugano è una zona residenziale appetibile. Così gli attuali residenti, una quindicina di famiglie, investono nell’acquisto dei terreni e iniziano la costruzione delle loro villette. Oltre il reticolato di recinzione che confina con la Svizzera solo prati e zone verdi.
2001: Stando a quanto emerso nel corso dell’inchiesta della Guardia di Finanza inizia l’importazione dalla Svizzera di materiale sospetto poi stoccato alla cava Femar di Viggiù.
2002: A quasi trent’anni dall’inizio del piano di edificazione di via Lugano all’interno del territorio comunale di Stabio, ma a ridosso del confine italiano a circa un paio di metri dai giardini delle prime case, inizia a sorgere la discarica di inerti gestita dalla Ge.di.S. Nel giro di pochi mesi al ritmo di cinquanta camion al giorno inizia a prendere forma la “collina della vergogna”.
2003: Nascono i primi problemi con l’ingombrante vicino. Oltre al rumore, insopportabile, e alle continue nuvole di polvere che si infilano fin dentro alle case tra i residenti cresce il sospetto che tra i materiali stoccati possano esserci sostanze tossiche. La conferma arriva puntuale e confermata anche dagli stessi gestori: amianto. Lastre di eternit vengono spaccate e triturate come normali scarti edili, a norma con la normativa elvetica, ma in netto contrasto con la legge italiana che li vorrebbe trattati come rifiuti speciali. E le fibre, ovviamente, ricadono sul suolo italiano le cui case sono sempre più sormontante dal sito.
2008: A settembre, dopo una serie di segnalazioni su un traffico illecito di rifiuti perpetrato dalla Svizzera verso l'Italia, la Finanza di Giaggiolo ferma un autocarro, con targa elvetica. Nel cassone: terra proveniente da scavi per costruzione di strade e fabbricati, ovvero rifiuti speciali.
2008: Dopo sei anni di depositi, arrivati alla soglia di 350mila metri cubi di inerti, ma anche amianto e secondo i sospetti dei residenti persino metalli pesanti, si chiude la fase uno della discarica di Stabio. Resta il peso di una montagna che supera i 32 metri di altezza, i 50 di larghezza e i 300 di lunghezza. Per le case del Gaggiolo questo vuol dire un cono d’ombra perenne.
2009: Nei giorni scorsi viene posta sotto sequestro l’area della cava Femar di Viggiù. Secondo la procura varesina all’interno sarebbero stati stoccati negli ultimi 8 anni, 133mila metri cubi di materiale sospetto. Arrivato con circa2.500 viaggi, e in grado da riempire 20 campi di calcio. Tra le ipotesi valutate dalle Fiamme Gialle quella che il materiale provenisse proprio da Stabio.
2009: Nonostante le proteste dei residenti il sito elvetico, in regola con le normative locali, si avvia all’ampliamento. È la tanto temuta fase due: altri 300 metri di lunghezza per 32 di altezza in direzione della collina di Rodero. Con altro amianto e potenziali altre sostanze inquinanti. Finalmente ieri il sopralluogo, tanto invocato, degli emissari regionali.
L’ALLARME DI LEGAMBIENTE
“Il traffico di rifiuti pericolosi è arrivato anche nel Varesotto. Adesso non si può più fare finta di niente”. È con preoccupazione che Legambiente analizza la vicenda delle discariche abusive portate alla luce nel corso degli ultimi anni in Valceresio. “Quello che ci interessa – chiarisce Alberto Tarroni del direttivo regionale – non è tanto entrare nei meriti delle singole vicende su cui la magistratura è al lavoro e i cui aspetti sono, in alcuni casi, ancora in via di definizione, quanto piuttosto portare alla ribalta una questione che, fino a pochi anni fa, in pochi pensavano potesse interessare anche questa zona della Provincia di Varese”. Nel mirino di Legambiente così finisce il problema della Valceresio, come punto di arrivo del traffico illegale di rifiuti tossici e per questo pericolosi. Sostanze che necessitano di procedure speciali per essere smaltite e che invece, secondo i sospetti degli inquirenti, per anni sono state riversate a cavallo della zona della Bevera, area verde distesa all’interno dei comuni di Arcisate, Cantello e Viggiù. “Evidentemente qualcuno ha speculato – chiariscono da Legambiente – guadagnandoci sopra diversi soldi ma danneggiato, se le accuse saranno confermate, in maniera considerevole il nostro territorio”. Ecco perché l’associazione ambientalista, oltre a fare un plauso alla Finanza e alla Procura di Varese che ha coordinato le indagini, chiede che la questione ora rimanga di stretta attualità. “Il malaffare dello smaltimento illecito e del traffico di rifiuti – analizza Tarroni – è un’amare realtà anche a queste latitudini. E il perché è semplice: è un business davvero molto redditizio e con rischi penalmente inferiori rispetto a qualsiasi altro crimine”. Se infatti il danno ambientale potrebbe rivelarsi enorme e i costi di smaltimento pari a milioni e milioni di euro le pene, previste dalla legge per chi sarà ritenuto responsabile di questi episodi, “saranno proporzionalmente lievi”. Il tutto con la consapevolezza che, probabilmente, la sottovalutazione del rischio ha giocato per diverto tempo un ruolo determinante. “Pensiamo alle migliaia di camion che per mesi e mesi – analizzano da Legambiente – hanno fatto la spola, secondo quanto sembrano aver appurato le ultime inchieste, dalla Svizzera alla Femar di Viggiù, o al sito di viale Varese a Cantello, o ancora da diverse parti d’Italia alla cava Rainer di Arcisate, senza che nessuno, almeno inizialmente notasse qualcosa di sospetto”. “Serve una maggiore attenzione da parte di tutti – conclude Tarroni – dalle forze dell’ordine, dalle istituzioni e anche da parte del legislatore”.