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venerdì 2 maggio 2008

La polveriera di Taino: il paradiso della dismissione

TAINO Immensa e misteriosa. Nascosta ed enigmatica. Proprio per questo attraente. E' la Polveriera di Taino. Chiusa il 25 novembre del 1972 conserva intatto, nonostante gli attacchi del tempo e dell’abbandono, tutto il suo fascino. Figlio della storia, costruita bossolo dopo bossolo, centimetro di miccia dopo centimetro. Bagnato nel sangue di 41 operai immolati sull’altare della produzione. Decorato nel cemento armato issato a protezione interna ed esterna. Impresso nella sua rete di cunicoli, un tempo inviolabili, ora tutti da esplorare. Un castello kafkiano dal richiamo irresistibile. E come ogni fortezza “aperta” ai curiosi, anche in questo caso, il ponte levatoio lo abbiamo trovato abbassato. Ricavato in una fessura a lato dell’ingresso costruita piegando un sottile lamierino. Accucciarsi, passare ed entrare nel paradiso varesotto di ogni archeologo industriale è stato così quanto mai facile. All’interno superfici sconfinate preda ora della battaglia tra costruzioni umane e natura. Giocata in una ragnatela pressoché sconfinata posata su terrapieni e reticoli in cemento armato. Terrapieni realizzati per avvolgere ognuno degli oltre 150 edifici: tra reparti produttivi e strutture secondarie, e riparare, quelli attorno, da eventuali scoppi. Così come le finestre: vere e proprie inferiate a scomparsa in materiali metallici. Tutto ora è sormontato dal verde, ma le volte artificiali, appaiono all’improvviso, tra un ramo e l’altro, mostrando tutta la loro magnificenza. L’aria è quasi irreale. In un silenzio totale che avvolge questi 650mila metri quadrati della località Campaccio. Una distesa immensa. Come 101 campi da calcio posati uno al fianco dell’altro. Nel silenzio totale. Silenzio che esige rispetto. Così, se nelle altre fabbriche abbandonate, vuote e pericolanti, l’azione degli intrusi, rappresenta un attacco veniale qui, ogni graffio impresso a bomboletta è un affronto alla storia. Scomparsa sotto l’edera rampicante eppur così viva. Con tutto il suo contorno di leggende e misteri. Con i pericoli da affrontare ogni giorno perché “la polveriera ci dà il pane”. E allora quei sentieri senza destinazione, larghi abbastanza da passarci in auto, sembrano ancora più sconfinati. Solo una certa geometria – terrapieno, stabilimento, volta e cunicolo – ci impedisce di perdere l’orientamento. Tra gli alberi tagliati e quelli che crescono imperiosi, tra la terra, il muschio sulle pareti, i soffitti crollati e veri e propri muraglioni di acciaio e cemento. Tra un torrione e una botola i conti si perdono e il buio in arrivo rende ancora più magica l’atmosfera. I passi arrancano alla ricerca di altri scorci. Tubi, cavi, lamiere e muraglioni da esplorare centimetro per centimetro. Con la fittissima rete di centinaia di chilometri di canaline utilizzate per portare il calore dalla centrale termica in ogni unità: una sorta di teleriscaldamento funzionale e innovativo. Immagini che si rincorrono una dopo l’altra in una dimensione unica nel panorama provinciale delle aree dismesse. Ormai è buio ma le sorprese non sono finite. All’uscita, infatti, ci aspetta una pattuglia dei carabinieri di Angera. La nostra torcia si spegne contro i fari dell’auto di servizio. E’ la prima volta che accade. Essere beccati in flagrante. Con un piede fuori e uno dentro il paradiso ancora tutto da scoprire. Ecco il ritorno alla realtà. Con il desiderio, sicuramente infantile, provato per la prima volta di volerci ritornare, costi quel che costi. Con la consapevolezza che qui, al contrario di ogni altro scheletro industriale abbandonato, tutto anche oggi ha un senso. Tanto che non sembra un azzardo sperare, solo per un secondo, che le cose rimangano così. Ancora per un po’.

LA STORIA
Sudore, sangue e ricordi. Questa è la storia della Polveriera di Taino. Un viaggio che inizia nel 1914 quando apre in località Campaccio di Taino una fabbrica di esplosivi. I primi sentori di questa attività, capace di segnare profondamente la vita del paese, si ebbero però già nella primavera del 1908 quando l’ingegner Ottorino Magnani di Milano acquistò dei terreni al Campaccio. Ma il progetto viene sospeso per carenza di fondi. Senza però cadere nel vuoto. L’iniziativa viene, infatti, ripresa dalla società anonima Davey Bickford e Smith. La costruzione dei due primi depositi per gli esplosivi, uno al Campaccio e l’altra il lago alla cascina Tognoli, sotto la direzione del signor Felix Roulet-Morel di Neuchatel, terminano nel dicembre 1913 e l’anno dopo iniziano le prime assunzioni di operai, circa una sessantina. Negli anni successivi la fabbrica si estende: vengono edificati altri capannoni e i terrapieni di protezione. Nel 1935 la Polveriera, denominata società italiana Bickford, viene inserita in una concentrazione di varie aziende produttrici di esplosivi assumendo il nome di SGEM (Società Generale Esplosivi e Munizioni). Nel 1943 assume la denominazione di Nobel-SGEM dopo un’altra fusione con la società S.A. Dinamite Nobel. In questi anni, durante la seconda guerra mondiale la Polveriera raggiunge la massima espansione: 150 reparti produttivi con circa 1800 persone occupate. Nel 1952 passa di mano acquisita dalla Montecatini e rimane parte di questo grande gruppo fino al 1969, anno in cui nasce la Montedison (unione Montecatini-Edison). La Polveriera cessa la propria attività il 25 novembre del 1972 dopo aver invocato tutto il peso del suo tributo di sangue: alle ore 14,30 del 27 luglio 1935 il reparto imballaggio è scosso da una violenta esplosione e 35 lavoratori, di cui 16 tainesi, perdono la vita. Un incidente ancora vivo nella memoria del paese e ricordato all’ingresso del Centro dell’Olmo da una targa affissa nel 1998 sotto un bassorilievo raffigurante S.Barbara, protettrice degli artificieri, un tempo situato all’interno dello stabilimento. Al pesante bilancio della tragedia, si aggiungono poi negli anni successivi, le morti di altri quattro tainesi Carlo Mauri, investito in pieno dallo scoppio di una tramoggia il 2 aprile del 1937, di Marco Mira D’Ercole, morto con altri due colleghi, il 21 dicembre del 41, di Pierino Ghiringhelli deceduto il 15 maggio 1943 e di Rosa Brovelli,addetta al reparto inneschi e ultima vittima della Polveriera.

Viaggio nella cartiera dimenticata

CASTIGLIONE OLONA Ogni paese ha il suo gigante addormentato, ogni realtà il suo lato inesplorato. Tutti simili ma sempre diversi. Il nostro viaggio nelle aree dimesse della provincia di Varese questa settimana ci ha portati a visitare la ex cartiera Crespi di Castiglione Olona. Lasciata l’auto lungo la strada che costeggia la fabbrica, cerchiamo un varco ed entriamo attraverso una rete arancione, di quelle usate per delimitare le aree di cantiere. I rovi e le sterpaglie rendono il nostro ingresso difficile, lo rallentano ma non lo impediscono. E alla fine riusciamo ad arrivare all’edificio. Le porte che ci offrirebbero un accesso diretto alla fabbrica sono murate e per entrare dobbiamo lanciarci in una nuova avventura. Ci caliamo sull’argine limaccioso dell’Olona attraverso una breccia nel muro, da lì raggiungiamo il cuore della vecchia area produttiva. Camminare lungo il corso d’acqua non è un’esperienza piacevole, l’odore nauseabondo del letto del fiume violentato da anni di inquinamento incontrollato ci aggredisce le narici, le scarpe affondano nel terreno reso molliccio dall’acqua e, di tanto in tanto, dei grossi topi sgusciano da qualche anfratto. Fortunatamente in pochi minuti siamo all’asciutto. Una volta dentro iniziamo a vagare, ad esplorare gli ambienti di questa piccola cartiera. Al piano principale, quello della produzione, troviamo segni recenti del passaggio di qualche giovane writer che ha usato le pareti interne come palestra urbana, per testare la propria abilità nell’arte del graffito. Ci spostiamo ai piani superiori. Tra le stanze di quella che sembra essere stata un’abitazione. L’ambiente è spettrale, alle pareti vecchie tappezzerie fanno ancora bella mostra di se, attraverso le finestre senza vetri e le persiane rotte filtra una luce che rende tutto ancor più surreale. Tra questi locali troviamo i segni di un recente passaggio: un vecchio fornello da campeggio, un grosso mucchio di bottiglie di plastica vuote, dei fili serviti a stendere i panni, un giaciglio. Evidentemente, anche dopo la chiusura della fabbrica, qualcuno ha abitato questi ambienti logori e tristi, senza vetri, senza servizi igienici, senza acqua e corrente. Immigrati, tossici o senzatetto. Chiunque fosse ha lasciato dietro di se un alone di disperazione. In ogni caso ora le stanze sembrano essere state abbandonate anche da chi le ha usate come alloggio di fortuna. Continuiamo nel nostro percorso, percorriamo il dedalo di corridoi e scale soffermandoci ad osservare ogni dettaglio. Scendiamo negli androni della produzione. Svuotati con i macchinari estratti a forza dai muri. Sradicati insieme alla gloria di un tempo. La penombra, a tratti vero e proprio buio, rende ancor più spettrale la nostra visita. Solo le torce ci aiutano a trovare la strada. Una via utilizzata per la movimentazione del materiale dalla quale si dipanavano veri e propri passaggi a labirinto. Lunghi corridoi lontani dalla luce che a stento riesce a filtrare tra i vetri rotti dell’edificio. Tutto ha ormai un aspetto precario, come le scale di raccordo tra i vari livelli della cartiera. Scricchiolano pericolosamente ad ogni passaggio. E le cassette del pronto soccorso incollate ogni tanto alle pareti sembrano quasi un monito. Accanto al quale, in quel silenzio irreale, sembra di sentire il grido di pietà delle strutture. Un appello dal passato. Fermo e deciso. Riqualificazione.

Nel cuore del nulla. Scopriamo la cartiera di Vedano

VEDANO OLONA Dove un tempo si dava vita alla carta ora si aspetta con rassegnazione una svolta. Dove c’era lavoro ora regna l’abbandono. Quiete irreale turbata solo dalla tribù della techno. Prima di un ritorno alla normalità dal profumo di dismissione più che di progetto.
DOPO IL RAVE
Sono passati solo venti giorni dal rave di Capodanno. Il cancello principale è sbarrato. Quasi fortificato. Cubi di cemento e lucchetti nuovi di zecca fanno la guardia all’ingresso dell’ex Cartiera Sottrici. È quasi difficile avvicinarsi, complici anche i lavori in corso allo svincolo di Vedano. Nulla però è invalicabile. Basta aggirare l’ostacolo e raggiungere il retro dell’area industriale comodamente in auto, passando attraverso lo sterrato che si incontra salendo lungo la Varesina. Superato il pozzo dell’acquedotto di Castiglione Olona il cancello è ancora divelto e l’ex area industriale ci accoglie a braccia aperte. Nell’aria ristagna l’odore di plastica bruciata e quello di polvere chimica non meglio specificata. A terra risuona ancora l’eco del rave: graffiti su ogni muro, spazzatura sparpagliata su ogni superficie, bottiglie di vetro aperte e altre diventate ormai schegge. Camminiamo in perlustrazione. Come fossimo rapiti da un gigante in sonno. Ora è assopito, si è calmato dopo essere stato violato per notti e notti. Ma tutto è perfettamente identico, quasi bloccato in un autoscatto, alle ore immediatamente successive la fine della festa clandestina. Ripercorriamo in senso contrario il “viale della droga”, il corridoio da trasporto ora è libero. A riempire il vuoto, cumuli di immondizia e carrelli della spesa rubati nei supermercati vicini. Oggetti avvolti in una nebbia surreale, contorno di pareti annerite da falò improvvisati. Negli spazi “verdi” i picchetti delle tende reggono alla forza del vento. Le hanno abbandonate i “campeggiatori” improvvisati, insieme a sacchi a pelo, sedili divelti e bombole del gas. Con una cornice di bottiglie vuote e altre lasciate a metà e persino un furgone. Non è chiuso a chiave e decidiamo di guardarci dentro: troviamo solo i resti di una cena, pasta in bianco, qualche cartone di bibite e un letto ricavato su un pianale. Una volta a casa con un click in rete troviamo lo stesso camion in vendita, nel circuito dei raver: poche migliaia di euro per il motore della trasgressione.
OGGI COME IERI
Capodanno è ormai un ricordo. Sono passati più do due mesi. Torniamo nuovamente alla cartiera. Ma ora, anche per usare l’ingresso posteriore è necessario scalcare i blocchi di cemento. All’interno l’attacco “giovanile” è stato ripulito. Non i resti di un’attività portata avanti per anni e abbandonata all’insegna del mercato. Saliamo ai piani superiori dove tra vetri in frantumi e scrivanie abbandonate ci imbattiamo in un mare di carta. Faldoni interi di documenti, ordini, consegne e richieste materiale insieme a un campionario di prodotti, probabilmente chimici, alla portata di chiunque riesca ad entrare. In un “pozzo” riposano invece centinaia di metri di cavi elettrici. Ricordano solo che qui, una volta, c’erano corrente e vita. Il furgone è ancora lì. Ma sparirà a breve. Portato via da qualcuno dopo aver spostato i panettoni in cemento da un metro cubo l’uno a protezione dell’ingresso principale e aver tranciato i lucchetti. Questa, tutto sommato, è l’unica novità. Sparita la sporcizia, sopite le polemiche, resta una sconsolante desolazione.

Viaggio nella cartiera Mayer di Cairate

CAIRATE Decadenti e seducenti, violate e violabili. Sono le aree industriali dismesse disseminate sul territorio della provincia di Varese. Ci viaggeremo dentro per conoscerle. Iniziando oggi dalla Cartiera Mayer di Cairate. Visiteremo i tempi dimenticati della produttività varesina e cercheremo di raccontare la loro storia e il loro destino, offrendo uno scorcio suggestivo del loro presente, tanto desolante quanto affascinante. Ed in effetti si prova un certo brivido nel ripercorrere i passi già calcati un anno fa, quando tutta la piana, esattamente sulla mezzeria della Valle Olona, era piena zeppa di auto, furgoni e camper provenienti da tutta Europa. Oggi l’aspetto dell’area è quella di una landa desolata. La strada asfaltata che porta al depuratore non è altro che una riga nera in mezzo a campi di sterpaglie. Un paesaggio lunare eletto a palestra per suggestive lezioni di fotografia. I vecchi stabilimenti sono lì: superati il ponte l’area dell’impianto di depurazione. Le recinzioni apparentemente sono solide e invalicabili. Guardando bene, però, si nota che i buchi nella maglia metallica sono parecchi. Basta scostare qualche ramo secco e seguire le orme impresse nel terreno umido per accedere al mondo proibito che ormai un anno fa ha visto sballare migliaia di giovani in nome della cultura techno in quello che è passato alla storia come il “rave di Cairate”. Ci sono ancora i segni di quell’esperienza. Sono i graffiti tracciati sui muri, sono i pavimenti e gli ambienti ripuliti dai rifiuti, sono i grandi sacchi industriali pieni di immondizia, ordinatamente adagiati su un telo di cellophane. L’atmosfera, di giorno e senza musica, è spettrale. Il pensiero vola alle centinaia di persone che per anni in questo posto hanno lavorato. Girovagando indisturbati per gli ambienti si trova ancora la testimonianza del passato fatto di operosità: un vecchio timbratore per cartellini, le sale adibite a spogliatoio per operai ed operaie, i gradini calcati migliaia di volte, i bagni. Boschi di colonne in cemento armato sorreggono le nate di una cattedrale erette alla produttività. Spazi immensi, così grandi che è difficile immaginare quale marchingegno potessero ospitare. Volumi infiniti, lasciati a se stessi. Eppure sostanzialmente intatti. Come se qualcosa, e non il semplice declino industriale ed economico, avesse spinto ad un abbandono improvviso. Un vuoto difficile da riempire, nonostante la natura, come accade sul fondo degli abissi, stia facendo il possibile per appropriarsene rendendolo habitat. Così fa il verde. Così fanno gli uomini. I muri diventano un rifugio per i graffitari, le volte dei capannoni ricovero di sbandati e senzatetto. Niente di permanente. Ma le bottiglie di alcolici aperte, i lacci sulla rete tagliata a coprire i varchi da occhi indiscreti, sono chiari segnali di un andirivieni costante. Un viaggio in precario equilibrio, come l’idea che la struttura imponente ora dà di sé. Scale, porte, finestre e vetri in evoluzione. Un lento movimento verso il declino senza alcuna, apparente, prospettiva. Movimenti che non si curano dello storico passato della cartiera Mayer il cui scheletro ora è affare della Sogeiva Spa Varese Ambiente. Ma non bastano una sbarra da Lonate Ceppino o i mucchi di terra sulla strada per Fagnano a salvare il passato da nuove incursioni. Questo è fin troppo evidente.