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domenica 29 marzo 2009

La Valceresio dei veleni. Tra cave di rifiuti tossici e montagne di amianto

VALCERESIO Una Valceresio dei veleni. Ultima tappa dello smaltimento illecito di rifiuti speciali provenienti dai cantieri. È un quadro allarmante quello che emerge dalle recenti inchieste giudiziarie. Dopo il caso della cava Femar, e del presunto giro di rifiuti tossici dalla Svizzera, emerso negli ultimi giorni, i rapporti parlano ora di tre discariche abusive scoperte negli anni a Cantello, Arcisate e Viggiù. Potenziali bombe ecologiche, portate alla luce in tre anni a poche centinaia di metri l’una dall’altra. Con le conseguenze sull’ecosistema e la salute ancora da valutare e un preventivo approssimativo di svariati milioni di euro per le operazioni di bonifica. Un triangolo di rifiuti tossici che ha come cuore una delle aree verdi più importante dell’intero Varesotto: la Valle della Bevera. Zona un tempo incontaminata, dove ancora oggi sorgono attività agricole, bacini di pesca sportiva, agriturismi e che fornisce circa il 60% dell’acqua potabile a Varese. Qui, lontano dagli occhi dei cittadini, lungo strada sterrate frequentate solo dai camion che movimentano materiali si sarebbe consumato per anni, stando alle risultanze investigative acquisite finora dalla Procura di Varese, il “mercato clandestino” dei rifiuti speciali. Catrame, eternit, metalli pesanti: sostanze che per essere eliminate legalmente necessitano di procedure complicate e costose e che invece venivano gettate indiscriminatamente nei tre siti finiti nel mirino di finanzieri e magistrati. Il primo ordigno ambientale deflagra nell’ottobre del 2006. Nei terreni del deposito di un’azienda di trasporti di viale Varese a Cantello, l’inchiesta del sostituto procuratore di Varese, Tiziano Masini, porta alla luce 12mila metri cubi di catrame liquido, eternit e amianto. Sostanze pericolose stoccate sotto terra e riportate alla luce solo con l’aiuto di ruspe ed escavatori. Con il sospetto, manifestato dagli inquirenti, che il materiale nocivo potesse provenire dalla Svizzera.
Passano pochi mesi e nel mirino finisce l’ex Cava Rainer di via Boccherini ad Arcisate. Su ordine del pubblico ministero Raffaella Zappatini viene sigillata. Perché secondo le accuse, due aree da 15mila e 10 mila metri quadrati, all’interno del sito, erano state riempite con materiale derivante da demolizioni edilizie e scavi: rifiuti classificati come speciali e provenienti da tutta Italia. A settembre dello scorso anno prende piede l’indagine sulla Cava Femar di Viggiù. È la cronaca di questi giorni, che, secondo l’accusa, parla di un traffico di sostanze pericolose dalla Svizzera all’Italia e che ha portato alla denuncia di tre persone. Anche in questo caso detriti speciali trattati come normale sabbia. Quantità enormi, secondo il procuratore capo Maurizio Grigo e il sostituto Luca Petrucci: 133mila metri cubi di inerti, provenienti dal Ticino, contaminati da amianto, arsenico e nichel. Altre sostanze tossiche. Ancora in Valceresio. Sempre nella Valle della Bevera.


NEL CUORE DELLA CAVA SOTTO ACCUSA

C’è una strada sterrata che porta alla cava dei veleni. La si incontra salendo da Arcisate lungo via della Bevera e svoltando a sinistra. Lì, superando buche e pozzanghere si arriva, dopo un centinaio di metri, all’ingresso della Femar di Viggiù. Quello che si vede è una collina alta circa 45 metri che dal cuore dell’area estrattiva, aperta fin dagli Settanda, domina un'area vasta circa 93mila metri quadri. Spazi scavati e ora ricoperti di vegetazione che secondo gli inquirenti delle fiamme gialle e della Procura della Repubblica di Varese nascondono al loro interno un potenziale ordigno ecologico. Si tratta di qualcosa come 133mila metri cubi di materiale ufficialmente composto da “sassi, ghiaia e pietre frantumate”, ma a quanto pare contaminato da elementi chimici pericolosissimi. Una quantità enorme, capace di riempire completamente, oltre 20 campi da calcio e visibile all’occhio umano. Difficile, però, distinguere ad occhio nudo sotto il verde e la terra gli elementi individuati. Eppure le analisi condotte dall’Arpa di Varese, anche attraverso carotaggi nel terreno lasciano pochi dubbi. Dai campioni prelevati e passati al setaccio è emerse infatti la presenza di sostanze altamente tossiche in quantità superiori a quelle consentite dalla legge. Si parla, ad esempio, di amianto crisotilo, altamente cancerogeno; di arsenico, uno dei veleni più micidiali fra quelli presenti in natura; e di nichel, metallo che diventa letale se assunto dall'uomo in alti dosaggi. Così ora la cava, posta sotto sequestro il 15 settembre 2008 dalla guardia di finanza di Gaggiolo sembra ora abbandonata. Non un rumore di mezzi al lavoro, i circuiti di triturazione fermi e nessun operaio all’interno. Restano facilmente visibili i depositi di sassi e ghiaia, lavorata e presente in varie misure di finezza. Con i segni dei pesanti camion ancora presenti sul piazzale sterrato su cui si affaccia l’ingresso. Tutto intorno una collina apparentemente come le altre. Dalla quale scendono rivoli di acqua che, ora, potrebbero rappresentare uno tra i nemici pubblici più pericolosi. La paura, infatti, è che il sito di estrazione delle Femar, nel frattempo, si sia trasformato in una bomba ecologica. E come ieri, sotto la pioggia, dalle alture l’acqua filtra a valle: si formano canali che, attraverso l'acqua, potrebbero condurre gli inquinanti oltre la discarica, o potrebbero addirittura contaminare le falde sotterranee. Complice un via vai di sostanze proibite che dal 2001 ad oggi ha trasformato la cava in un pericolo. Per l’ambiente circostante e potenzialmente anche per l’uomo.


IL SEQUESTRO DELLA CAVA FEMAR

Una collina alta 45 metri, oltre 133mila metri cubi di materiale ufficialmente composto da «sassi, ghiaia e pietre frantumate». Contaminato invece, a quanto pare, da elementi chimici pericolosissimi. L’ammasso, in via Bevera a Viggiù, era stato sequestrato il 15 settembre 2008 dalla guardia di finanza di Gaggiolo. In questi mesi la procura della Repubblica di Varese ha indagato su quella che ha tutta l’apparenza di essere un’enorme discarica abusiva. E in questi giorni è arrivata la conferma dei sospetti: dai campioni prelevati dall’Arpa è emersa la presenza di sostanze altamente tossiche in quantità superiori a quelle consentite dalla legge. Si parla di amianto crisotilo - altamente cancerogeno - arsenico e di nichel, metallo che diventa letale se assunto dall’uomo in alti dosaggi. L’area è gestita dalla Femar srl, società specializzata nell’estrazione e nel trasporto della sabbia con sede a Lavena Ponte Tresa. Nei guai sono finiti due dei titolari. Entrambi sono stati denunciati a piede libero. Sono accusati di traffico illecito di rifiuti e di aver costituito una discarica non autorizzata. Insieme ai due italiani è stato denunciato anche un cittadino svizzero residente a Lugano. Si tratta di quello che la procura ritiene essere il responsabile della spedizione dei rifiuti. Rifiuti che sembrerebbero provenire dalla zona di Stabio, cioè a cinque chilometri di distanza. Secondo la guardia di finanza, il trasporto del materiale illecito dalla Svizzera all’Italia era iniziato nel 2000. E in circa 8 anni (fino al momento del sequestro della cava) sarebbero stati effettuati circa 2500 trasporti.

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DALLA MONTAGNA DELLA VERGOGNA ALLA CAVA DEI VELENI

Un filo di veleni potrebbe unire la discarica abusiva scoperta dalla Finanza alla cava Femar di Viggiù alla collina della vergogna di Stabio, il sito di stoccaggio inerti, a pochi metri dalle case del Giaggiolo di Cantello. I rifiuti tossici scoperti all’interno dei 93mila metri quadrati dell’area di scavo viggiutese - 133mila metri cubi di detriti tra cui amianto, arsenico e nichel - sembrano infatti provenire, secondo i sospetti degli inquirenti, proprio dalla zona di Stabio e i residenti del Gaggiolo non hanno dubbi: “Si tratta delle stesse sostanze che si trovano a ridosso delle nostre abitazioni”. È quanto emerso ieri, nel corso del sopralluogo condotto dai consiglieri regionali, Mario Agostinelli di Rifondazione Comunista e Domenico Uslenghi della Lega Nord, ai piedi della montagna della vergogna: 350mila metri cubi di inerti, con amianto e stando agli oppositori, “persino metalli pesanti”. Ai due politici, arrivati a Gaggiolo su mandato della IV Commissione di Palazzo Pirelli, quella “Ambiente e protezione civile”, i residenti hanno raccontato la loro storia, le preoccupazioni e uno sconcertante timore. Quello che proprio da Stabio partissero i camion poi diretti a Viggiù. “Possibilità – ha raccontato Salvatore Boeddu, anima del comitato che da anni si batte contro la collina di inerti – che è qualcosa di più di un sospetto. Siamo stati noi, infatti, a segnalare i movimenti dei camion e ad interessare anche la Guardia di Finanza”. Una battaglia la loro iniziata nel 2002 e che ieri hanno ripercorso davanti ai due consiglieri che, mascherina protettiva in viso, si sono avvicinati fino al cippo che, delimitando il confine italiano da quello elvetico, rappresenta la base del sito di stoccaggio. Ad accompagnarli con Boeddu altri due fondatori del comitato: Oscar Ostellini e Stefano Gatti. “La situazione qui – ha evidenziato Mario Agostinelli – è veramente gravissima. E credo che, anche alla luce dell’inchiesta sulla cava dei veleni di Viggiù, la Regione non possa continuare nel suo silenzio”. A dargli man forte il leghista Uslenghi. “Quello che queste persone stanno patendo da ormai 7 anni è qualcosa di incredibile – ha spiegato – capisco che la Svizzera possa avere altri regolamenti in materia di rifiuti edili e amianto ma è inconcepibile che li sbatta in faccia ai nostri cittadini”. Così la Regione potrebbe finalmente muoversi. “Perché in gioco c’è la salute di cittadini – hanno chiarito i due consiglieri – e i sospetti che oltre all’amianto qui vengano stoccati anche metalli pesanti. Ed è un nostro dovere arrivare fino in fondo a questa vicenda”. Nelle prossime ore, infatti, Agostinelli e Uslenghi riferiranno così alla Commissione regionale ambiente e parallelamente presenteranno un’interrogazione urgente in consiglio regionale per chiedere che gli assessorati competenti aprano immediatamente un contenzioso con la Svizzera circa il rispetto del diritto alla salute oltre che una verifica del grado di compromissione dei terreni dove sorge l’altra discarica di inerti svizzeri di Viggiù, questa abusiva e sequestrata dalle Fiamme gialle. Prevista anche un’operazione di sensibilizzazione per chiedere nuove e più accurate verifiche circa lo stato dell’aria e del suolo. “Perché se da un lato è innegabile che il sito sia in territorio elvetico – hanno ribadito i due consiglieri – è altrettanto vero che con le piogge, le infiltrazioni e il vento che trasporta le fibre d’amianto, le ricadute sul territorio italiano e sulle case di queste persone sono evidenti”.


LE TAPPE

1974: L’area di via Lugano è una zona residenziale appetibile. Così gli attuali residenti, una quindicina di famiglie, investono nell’acquisto dei terreni e iniziano la costruzione delle loro villette. Oltre il reticolato di recinzione che confina con la Svizzera solo prati e zone verdi.

2001: Stando a quanto emerso nel corso dell’inchiesta della Guardia di Finanza inizia l’importazione dalla Svizzera di materiale sospetto poi stoccato alla cava Femar di Viggiù.

2002: A quasi trent’anni dall’inizio del piano di edificazione di via Lugano all’interno del territorio comunale di Stabio, ma a ridosso del confine italiano a circa un paio di metri dai giardini delle prime case, inizia a sorgere la discarica di inerti gestita dalla Ge.di.S. Nel giro di pochi mesi al ritmo di cinquanta camion al giorno inizia a prendere forma la “collina della vergogna”.

2003: Nascono i primi problemi con l’ingombrante vicino. Oltre al rumore, insopportabile, e alle continue nuvole di polvere che si infilano fin dentro alle case tra i residenti cresce il sospetto che tra i materiali stoccati possano esserci sostanze tossiche. La conferma arriva puntuale e confermata anche dagli stessi gestori: amianto. Lastre di eternit vengono spaccate e triturate come normali scarti edili, a norma con la normativa elvetica, ma in netto contrasto con la legge italiana che li vorrebbe trattati come rifiuti speciali. E le fibre, ovviamente, ricadono sul suolo italiano le cui case sono sempre più sormontante dal sito.

2008: A settembre, dopo una serie di segnalazioni su un traffico illecito di rifiuti perpetrato dalla Svizzera verso l'Italia, la Finanza di Giaggiolo ferma un autocarro, con targa elvetica. Nel cassone: terra proveniente da scavi per costruzione di strade e fabbricati, ovvero rifiuti speciali.

2008: Dopo sei anni di depositi, arrivati alla soglia di 350mila metri cubi di inerti, ma anche amianto e secondo i sospetti dei residenti persino metalli pesanti, si chiude la fase uno della discarica di Stabio. Resta il peso di una montagna che supera i 32 metri di altezza, i 50 di larghezza e i 300 di lunghezza. Per le case del Gaggiolo questo vuol dire un cono d’ombra perenne.

2009: Nei giorni scorsi viene posta sotto sequestro l’area della cava Femar di Viggiù. Secondo la procura varesina all’interno sarebbero stati stoccati negli ultimi 8 anni, 133mila metri cubi di materiale sospetto. Arrivato con circa 2.500 viaggi, e in grado da riempire 20 campi di calcio. Tra le ipotesi valutate dalle Fiamme Gialle quella che il materiale provenisse proprio da Stabio.

2009: Nonostante le proteste dei residenti il sito elvetico, in regola con le normative locali, si avvia all’ampliamento. È la tanto temuta fase due: altri 300 metri di lunghezza per 32 di altezza in direzione della collina di Rodero. Con altro amianto e potenziali altre sostanze inquinanti. Finalmente ieri il sopralluogo, tanto invocato, degli emissari regionali.


L’ALLARME DI LEGAMBIENTE

“Il traffico di rifiuti pericolosi è arrivato anche nel Varesotto. Adesso non si può più fare finta di niente”. È con preoccupazione che Legambiente analizza la vicenda delle discariche abusive portate alla luce nel corso degli ultimi anni in Valceresio. “Quello che ci interessa – chiarisce Alberto Tarroni del direttivo regionale – non è tanto entrare nei meriti delle singole vicende su cui la magistratura è al lavoro e i cui aspetti sono, in alcuni casi, ancora in via di definizione, quanto piuttosto portare alla ribalta una questione che, fino a pochi anni fa, in pochi pensavano potesse interessare anche questa zona della Provincia di Varese”. Nel mirino di Legambiente così finisce il problema della Valceresio, come punto di arrivo del traffico illegale di rifiuti tossici e per questo pericolosi. Sostanze che necessitano di procedure speciali per essere smaltite e che invece, secondo i sospetti degli inquirenti, per anni sono state riversate a cavallo della zona della Bevera, area verde distesa all’interno dei comuni di Arcisate, Cantello e Viggiù. “Evidentemente qualcuno ha speculato – chiariscono da Legambiente – guadagnandoci sopra diversi soldi ma danneggiato, se le accuse saranno confermate, in maniera considerevole il nostro territorio”. Ecco perché l’associazione ambientalista, oltre a fare un plauso alla Finanza e alla Procura di Varese che ha coordinato le indagini, chiede che la questione ora rimanga di stretta attualità. “Il malaffare dello smaltimento illecito e del traffico di rifiuti – analizza Tarroni – è un’amare realtà anche a queste latitudini. E il perché è semplice: è un business davvero molto redditizio e con rischi penalmente inferiori rispetto a qualsiasi altro crimine”. Se infatti il danno ambientale potrebbe rivelarsi enorme e i costi di smaltimento pari a milioni e milioni di euro le pene, previste dalla legge per chi sarà ritenuto responsabile di questi episodi, “saranno proporzionalmente lievi”. Il tutto con la consapevolezza che, probabilmente, la sottovalutazione del rischio ha giocato per diverto tempo un ruolo determinante. “Pensiamo alle migliaia di camion che per mesi e mesi – analizzano da Legambiente – hanno fatto la spola, secondo quanto sembrano aver appurato le ultime inchieste, dalla Svizzera alla Femar di Viggiù, o al sito di viale Varese a Cantello, o ancora da diverse parti d’Italia alla cava Rainer di Arcisate, senza che nessuno, almeno inizialmente notasse qualcosa di sospetto”. “Serve una maggiore attenzione da parte di tutti – conclude Tarroni – dalle forze dell’ordine, dalle istituzioni e anche da parte del legislatore”.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

beh, come si diceva un tempo... è sempre un piacere

Pagomad ha detto...

http://www.varesenotizie.it/territorio/provincia/31255-una-giornata-in-piazza-della-repubblica-tra-alcool-e-deliri-parte-seconda.html