...

Visualizzazione post con etichetta rave. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta rave. Mostra tutti i post

venerdì 2 maggio 2008

Come volevasi dimostrare

Quanto poteva durare il silenzio di Shockraver? per sempre? per un anno? è durato meno di un mese. In questi giorni stanno infatti ricomparendo gli annunci dei party sul sito dedicato al mondo dei rave, lo stesso che aveva lanciato l'appello al ritorno all'underground. Ci si arriva facilmente. Basta cliccare, come succedeva sino a prima di Pasqua, sul link "Teknival". A quel punto compare il pippone retorico sulla necessità di combattere il mercato della droga. Sul bisogno di limitare la diffusione degli stupefacenti all'interno delle feste clandestine. La solita manfrina del raver duro e puro, quello che lo fa perchè ci crede, quello che rifiuta il mercato. Ma... dietro la faccia pulita di chi rifiuta la merda si nasconde il vecchio, caro, elenco di flyer che annunciano feste in tutta Italia e in tutta Europa. Evidentemente il silenzio di queste settimane è costato caro. Probabilmente i party di marzo e aprile sono stati un autentico flop. Saranno rimaste partite invendute di ketamina, MdMa, Speed, Trip, e chissà quant'altro ancora. Così, cliccando su un anonimo simbolino lampeggiante si accede alla pagina fantasma. Qui scorrono i flyer. Per ora riguardano in gran parte feste autorizzate, ma non mancano i primi annunci di party clandestini. Non mancano i vecchi "more info later" e i vecchi numeri telefonici. Insomma, dopo lo spaesamento iniziale tutto sta tornando come prima. Questa, a scanso di equivoci, non è una condanna dei rave. Personalmente ritengo che il fenomeno sia interessantissimo, che abbia una sua dignità e ne sono un curioso osservatore. Questa è una condanna dell'ipocrisia, che oggi non risparmia nessuno, tantomeno i movimenti antagonisti. Quelli che dicono di sbattersene delle regole del mercato e poi, per stare in piedi, hanno bisogno di succhiare dalla stessa tetta che rifiutano. Ma, ahinoi, alla logica del denaro non si sfugge.

Un anno da raver

Stiamo completando in questi giorni la prima fatica letteraria della "squadra"... Davanti ad una birra, consumati dalla delusione per un progetto naufragato ancor prima di salpare, abbiamo contatato di avere accumulato una marea di materiale sui rave. Un mondo tutto da indagare e che abbiamo vissuto da vicino per almeno un anno. A partire dal rave di Cairate a Pasqua del 2007 fino al rave di Segrate a Pasqua del 2008. Perchè allora non raccogliere e organizzare tutto il materiale in un libro? ecco fatto. In poco più di due settimane abbiamo già un'idea di quello che sarà il nostro manoscritto. Ora mancano i fronzoli, i dettagli, le limature. L'impianto c'è tutto. Abbiamo anche iniziato a prendere i primi contatti con degli editori, per ora senza grande fortuna, a dire il vero. Ma non disperiamo. Il testo è convincente. Il materiale ottimo e di prima mano. Dunque non vediamo impedimenti a che il nostro libro vada in porto.

Perchè spegnere la luce: il shockraver-pensiero

È arrivato finalmente l’appello di shockraver. Il sito che dava l’informazione dei party clandestini in Italia è uscito allo scoperto, lo ha fatto pubblicando un comunicato sulla stessa pagina che annunciava i teknival. “Stay underground” dice fin dall’inizio. Un appello fin troppo chiaro, che invita tutti i raver puri a stare sotto traccia, ad evitare ogni pubblicità agli eventi, ad evitare che il fenomeno diventi di massa.
"Questa – si legge nel comunicato scritto in inglese – è la sola ragione per cui la sezione infoparty adesso è chiusa. Non è la chiusura di Shockraver, ma l’ultimo tentativo di salvare il movimento tekno underground. Non avrete bisogno di ulteriori informazioni da parte di Shockraver, le troverete in altro modo… chiedete ai vostri amici, e cercate le informazioni attorno a voi, ma per favore, non mandatemi altre e-mail. Abbiamo deciso di regredire per cambiare la merda che sta nei party liberi (soprattutto in Italia), e soprattutto per evitare la repressione politica, per fermare la diffusione del business della droga nei party e per prevenire che la cultura rave perda il suo significato originario. Iniziamo assieme a combattere l’aspetto più schifoso dell’underground. Agiamo, ora! Le cose possono cambiare se tutti noi cercheremo si agire positivamente in tutti i collettivi underground. Inconsapevolezza, perdita di significato e denaro sono la principale causa della progressiva degenerazione che non può proseguire oltre. Se tutti seguissimo queste non regole, tutto sarebbe più facile e andrebbe meglio."
Shockraver

Taz concept

tAz Is a fReE pLaCe, wHeRe tHe VeRtIcALLy PoWeR Is SpoNtAnEoUsLy SuBstItuDeD By oRiZoNtAL SyStEm 0f ReLatIoNsHiPs... Is aN eXpErIeNcE wHiCh CaN dIsApPeAr wHeN tHe RePrEssIvE pReSSuRe BeCoMeS t00 StRoNg, 2 ReFORm iN 0tHeR pLaCeS aNd dIffErEnt aGeS, cHaNgInG NaMe aNd IdEntItY; It’S a MeNtaL SpAcE, WhErE y0u CaN Go, RuNNiNg AwAy fRoM tHe InDuCeD NeCeSsItIeS aNd fRoM tHe CoNdItIoNiNgS, 2 SuRpRiSe tHe eNeMy dIsAppEaRiNg fRoM hIs sIgHt.... tAz Is LiKe a pLaCe, pHysIc aNd MeNtaL, wHeRe pEoPLe CaN fReELy aSSoSiAtE, wItH No wRittEn RuLeS 2 SuBmIt, bUt FoLLoWiNg CoMMoN IdEaLs, In wHiCh eVeRyoNe CaN fReELy eXpReSs hIs IdEaS aNd hIs wAy 0f tHiNkInG, CoNfRoNtInG EaCh 0tHeR... SuCh aS a fReE SoCiEtY BaSeD oN SoLiDaRitY, fReE aSSoCiAtIoN 0f IdEaS aNd Pe0pLe... tHiS iS pErFeCtLy JoIn My CoNcEptIoN 0f RaVe... tHiS Is oUr tAz
tHe tAz CoNcEpt By hAkIm bEy

Stay underground

tHiS Is tHe 0nLy ReAsOn wHy tHe iNfoPaRtY SeCtIoN Is aCtUaLLy cLoSeD. tHiS Is n0t tHe cLoSiNg 0f ShoCkRaVer tRaNsMiSsIoNs, bUt tHe LaSt AttEmPt 2 SaVe the UnDeRgRoUnD tEkNo MoVeMeNt. y0u WoNt NeeD aNyMoRe ShoCkRaVeR's iNfo 2 fInD tHe PartY, y0u WiLL fInD It In a dIffErEnt wAy... aSk 2 y0uR fRiEnDs aNd LooK iNfo aRoUnD y0u, bUt pLeAsE DoNt dRoP mE aNy mAiL. We aLL aRe InVoLvEd 2 cHaNgE tHe ShIt InSiDe fReE PaRtIeS (aBoVe aLL In ItaLy), aNd It iS tAsK 0f aLL 2 aVoId PoLiCaL rEpReSsIoN, 2 St0p dRuGs BuSiNeSs iNsIdE tHe PaRtY aNd 2 pReVeNt tHat dIy CuLtUrE LooSe tHe oRiGiNaL mEaNiNg... Let'S StaRt aLL toGhEtEr 2 fIgHt tHe RottEn aSpEct 0f tHe UnDeRgRoUnD... Let'S aCt... NoW! tHiNgS cAn ChAnGe If aLL 0f Us WiLL tRy 2 HaVe a p0sItIvE AttItUdE In aLL UnDeRgRoUnD eNvIr0nMeNtS. uNc0nScIoUsNeSs, tHoUgHtLeSsNeSs aNd m0nEy AcQuIsItIvEnEsS aRe tHe MaIn cAuSe 0f tHe pRoGrEsSiVe dEgEnErAtIoN n0t aLLoWeD aNyMoRe. If aNy0nE foLLoWeD tHeSe No-RuLes, eVeRitHiNg WoULd Be EaSIeR.
ShoCkRaVeR

Il teknival dell’ipocrisia

Basta ipocrisie. E’ il naturale commento alla fuga dei raver da internet. Non di tutti, solo di quelli italiani. Sono loro che hanno deciso di nascondersi. Per protesta, dicono. Per paura lo interpretiamo noi. Paura di dover fare i conti con il passo fatto più lungo della gamba. Con i party clandestini inanellati uno dopo l’altro. Con un’overdose letale che a qualcuno evidentemente pesa sulla coscienza. Perché l’occasione, è chiaro, rende l’uomo ladro ma in questo caso a pagare per tutti è stato un ragazzo di 19 anni. Ucciso proprio dalle droghe sintetiche che sono probabilmente l’unico business, insieme agli altri stupefacenti, in grado di sostenere e rendere proficua l’organizzazione di questi eventi. Improvvisati, certo, illegali, è ovvio, ma comunque costosi. Perché smuovere casse e apparecchiature, la gran parte delle quali di ultima generazione, ha il suo prezzo. E c’è più di un sospetto che a coprirli sia solo lo spaccio. Con il ritorno in arrivo dagli acidi venduti come Coca Cola. Ma ora il giocattolo si è rotto. Troppo pesante una morte, per di più in campagna elettorale con partiti pronti a cavalcare l’onda della repressione, per fingere che nulla sia cambiato. Meglio rientrare nell’ombra. Almeno per ora. Così dopo Shockraver, il primo sito a calare le braghe, anche altre piattaforme online e forum vicini al movimento raver hanno oscurato tutte le informazioni sui party italiani. Una reazione seguita alla eccessiva attenzione mediatica e alla demonizzazione del movimento che hanno caratterizzato le ore immediatamente successive ai fatti di Segrate, dove ha perso la vita il giovane Mattia Lo Castro. Adesso nessun party sarà individuabile, rintracciabile e propagandabile. Le maglie si sono strette attorno alla via di fuga del ritorno all’antico. Niente più flayer online, a portata di occhi indiscreti, niente più numeri di cellulare da consultare per arrivare alla meta. I party illegali rientrano nel circuito ristretto degli iniziati, che ne davano notizia al loro giro di amici e, al massimo, agli amici degli amici. Ma così, è ovvio, almeno nell’immediato a risentirne sarà proprio la loro attrattività. Probabilmente le feste non attireranno più migliaia di persone e per qualche tempo fenomeni come Cairate e Vedano non saranno che un ricordo. Del resto anche gli ultimi due Tecknival improvvisati di Castellanza e Segrate sono stati un mezzo flop. Mille persone al massimo con tante dosi di droga rimaste invendute e gli spacciatori costretti a rincorrere clienti. Perché, evidentemente, dopo il record di pubblico delle uscite precedenti si è pensato di poter replicare facilmente i successi. Ma troppi eventi ravvicinati, perlopiù a cavallo del Basso Varesotto e dell’Alto Milanese, hanno finito per inflazione l’idea stessa del rave. Non più grande evento unico ma quasi routine del fine settimana. Ora, invece, con la scelta del ritorno all’antico tutto torna alle origini. Quelle del movimento underground. C'è da chiedersi, però, quanto questo tipo di eventi possa fare a meno della massa. Meno indicazioni portano meno pubblico, e meno gente si traduce in meno droga e quindi pochi affari. Come nei trasgressivi Anni Ottanta quando in Germania e Gran Bretagna si organizzavano i primi rave party. Allora bastava un giro di telefonate. Oggi per richiamare migliaia di giovani come a Pasqua in un deposito abbandonato delle ferrovie a Segrate, capannoni che sembrano fatti apposta per la musica a palla, la chiave è e sarà la rete e i siti giusti. Ma dal ‘99 in Italia sono morti in quattro, un paio per overdose, uno per un incidente e uno per un trauma cranico provocato non si sa da cosa. Danni per milioni di euro, centinaia i fermati e i denunciati. Gli ultimi, dalla procura di Varese, giusto la settimana prima di Pasqua: 114 denunciati per invasione di terreni aggravata per un rave tenuto due anni fa sul lago Maggiore. L’aria è cambiata quindi. Così non bastano più il nastro isolante sulle targhe delle automobili e i cappucci delle felpe perennemente alzati sul volto a ripararsi dalle conseguenze legali. E i raver ci hanno messo del loro. Come spesso accade ai propositi radicalmente alternativi, anche i mega raduni hanno finito per imboccare la strada dell’omologazione. Con la ricerca ossessiva di uno sballo artificiale e la ricerca dopata di uno spirito sciamanico. Da fuga dalla non moda a moda: con vestiti venduti ad hoc, cappellini, pasticche e cd. Ora l’estremo tentativo di salvare faccia e, probabilmente introiti: il silenzio. Porte aperte solo al passaparola. Dettami che risuonano al pari della propaganda della tolleranza zero. Invito che stride con la semplice logica delle responsabilità pubbliche e private nella dismissione. Con aree abbandonate a se stesse, all’invasione. Perché riqualificare e bonificare non conviene. Meglio costruire ex novo. Così se dei rave risponderanno i raver, dell’abbandono urbanistico nessuno sarà mai chiamato ad assumersi le proprie responsabilità. E tra un po’, non appena le acque si saranno calmate, tutto tornerà come prima. Con gli avvisi in internet, la droga libera, i ragazzi collassati a terra e le targhe delle auto scocciate.
Basta ipocrisie.

Sipario!

La protesta si allarga. Dopo shockraver anche altri siti e forum vicini al movimento raver hanno oscurato tutte le informazioni sui party italiani. Una reazione seguita alla eccessiva attenzione mediatica e alla demonizzazione del movimento che hanno caratterizzato le ore immediatamente successive ai fatti di Segrate, dove ha perso la vita il giovane Mattia Lo Castro. Anche dal sito teknival.fr sono infatti scomparsi tutti i flyer dei rave già programmati per le prossime settimane e i prossimi mesi nel nostro paese. Un improvviso irrigidimento che fa pensare ad un ritorno al passato, quando le notizie dei party clandestini venivano diffuse solo dal tam tam aperto a un circuito ristretto degli iniziati, che ne davano notizia al loro giro di amici e, al massimo, agli amici degli amici. Forse, in questo modo le feste non attireranno più migliaia di persone e per qualche tempo fenomeni come Cairate e Vedano non saranno che un ricordo. Una scelta guidata probabilmente dal rispetto di un ideale, quello del movimento underground. C'è da chiesdersi, però, quanto possa durare. Inutile negare che dietro alle feste si celi il business della droga, che ha bisogno di mercato, di gente, molta gente. e sono pronto a scommetterci: prima o poi su internet tornerà l'annuncio di qualche festa clandestina e la situazione tornerà tale e quale a prima.

Salto nel buio

Dal sito shockraver.free.fr sono scomparsi gli annunci dei party. La psicosi dei rave ha contagiato gli stessi raver. Il movimento underground ha deciso così di tornare a vivere sotto traccia, di allontanarsi dal confine fitto e sottile che divide il mondo emerso e quello sommerso, un confine segnato dalla trama di internet. Così il popolo plasmato dal suono, che vuole vivere solo tra frammenti di acciaio, calcestruzzo cadente e polvere, nell’umidità e nell’oscurità, oggi è un po’ più lontano. Ha deciso di tornare negli abissi, di allontanarsi dal sole. Dopo i fatti di Segrate il movimento raver ha dimostrato di non sopportare o di non volere l’attenzione che gli è stata riservata in questi giorni. Noi, per quanto possibile, continueremo a seguirli, in punta di piedi, mescolandoci con il loro mondo, per raccontarlo da dentro come abbiamo fatto nell’ultimo anno. Dovremo prepararci ad immersioni più complicate. Indosseremo lo scafandro. Se necessario scomoderemo il capitano Nemo e il suo Nautilus. I canali di informazione non mancano. Già oggi la rete offre spunti alternativi e sicuramente saprà offrirne di nuovi nelle prossime settimane, tutto sta nel saperli leggere, nel saperli cercare, nel saperli interpretare. Forse anche shockraver deciderà di tornare, quando la tempesta mediatica si sarà placata e i riflettori saranno spenti. Noi, intanto aspettiamo la prossima occasione per riunirci attorno a quel cerchio magico che può, almeno per una notte, proteggere il branco dagli orrori, dalle atrocità e dall’inquinamento del mondo che sta di fuori. Un cerchio magico pieno di contraddizioni, una danza primordiale, guidata dalla purezza del suono, inquinata dagli interessi economici e dalla devastazione della droga. Una protesta che nasce vittima dello stesso male che contesta. Anche questo, forse, fa parte del gioco. Così, dal buio, l’odore delle droghe e del malaffare si mescola all’eco di un manifesto gridato più e più volte. Un manifesto che spiega le ragioni di un movimento troppo spesso demonizzato e incompreso: "In questi spazi improvvisati, noi cerchiamo di liberarci dal peso dell'incertezza di un futuro che voi non siete stati capaci di stabilizzare e assicurarci. Noi cerchiamo di abbandonare le nostre inibizioni, e liberarci dalle manette e dalle restrizioni che avete messo in noi per la pace del vostro pensiero. Noi cerchiamo di riscrivere il programma che avete cercato di indottrinarci sin dal primo momento che siamo nati. Programma che dice di odiarci, di giudicarci, di rifugiarci nella più vicina e conveniente tana. Programma che dice persino di salire le scale per voi, saltare attraverso i cerchi e correre attraverso labirinti su ruote per criceti. Programma che ci dice di cibarci dal brillante cucchiaio d'argento col quale tentate di nutrirci, anzichè lasciare che ci nutriamo da soli, con le nostre stesse mani capaci. Programma che ci dice di chiudere le nostre menti, invece di aprirle".

La psicosi dei rave

Ora è psicosi rave. Un allarme rosso scattato tra i sindaci del Varesotto. Tutto per colpa di un tam tam in viaggio su internet che annunciava per il 5 aprile un nuovo raduno in Lombardia. La realtà delle cose è ben diversa: il raduno techno illegale avrebbe dovuto tenersi nell’hinterland milanese ma è stato annullato dopo la scomparsa di Mattia Lo Castro, il 19enne di Castellanza stroncato da un’overdose il giorno di Pasqua, dopo aver preso parte al party illegale di Segrate. Insomma, il pericolo non sembrerebbe essere imminente. Anche perché in queste ore, un po’ in tutto il nord Italia si susseguono le cancellazioni dei raduni già organizzati. Infatti oltre al rave milanese che era previsto per il 5 e 6 aprile, è stato annullato anche l’evento organizzato in zona Mantova per il 30 marzo. Dopo il clamore mediatico suscitato da questa tragedia sarebbe difficile passare inosservati. Continuare a smerciare incontrastati la stessa droga che ha ucciso il 19enne senza suscitare le reazioni sdegnate dell’opinione pubblica e gli interventi delle forze dell’ordine. Meglio lasciar calmare le acque, fingere un letargo momentaneo e poi riemergere non appena la morsa dei controlli si sarà allentata. Non mancano, invece, i party legali, ospitati nei centri sociali, magari con ingresso a pagamento. Così, in queste ore, il movimento raver si comporta come un fiume che rientra negli argini dopo la piena. Un fiume turbolento, che è pronto a tracimare nuovamente alla prima pioggia e a travolgere tutto con la propria forza devastante. I prossimi tecknival, così si chiamano i rave che durano più di una notte, sono già stati programmati. Il “Free open air party” è in calendario il 2 e 3 maggio in una non meglio identificata località del nord Italia. Altri sono già pubblicizzati da tempo sui siti internet specializzati e riguardano feste in tutto lo Stivale, ma ce ne sono a decine anche in altre nazioni europee, con la Francia a farla da padrona. Così, al grido di Così, al grido di "Rave is not a crime (i rave non sono un crimine ndr)" continua l’azione devastante di questo movimento di protesta, che vive nell’estasi, nutrendosi di musica e tecnologia. Un movimento senza politica, che rincorre un’utopia irraggiungibile. Un movimento a cui non interessa essere accettato, accolto o compreso. "Noi siamo un villaggio tribale, globale, di massa, che non dipende dalla legge fatta dall’uomo, dallo spazio e dal tempo stesso. Noi siamo un’unità. L’unità". Così è come si raccontano. Questo è quello che sperano di diventare.

L'addio a Mattia. Tra ricordi e pensieri

CASTELLANZA “La tua stella si spegne ma la sua luce viaggia con noi. Ciao Tia”. Così, con queste parole scritte con il cuore, impresse dal ricordo su uno striscione, gli amici di Mattia Lo Castro, il giovane di vent’anni stroncato da un’overdose il giorno di Pasqua al rave di Segrate hanno deciso di salutarlo. Un pensiero carico di significato arrivato nel giorno nell’addio all’amico. Immagini che resteranno a lungo impresse nella memoria dei tanti castellanzesi che ieri pomeriggio, nel giorno dei funerali nella chiesa di San Giulio, hanno voluto stringersi accanto alla famiglia. Immagini come quella della fidanzata Irene che, all’uscita della bara, con il volto segnato dalle lacrime si è chinata per l’ultimo bacio. Quello che ha segnato nel suo cuore un distacco impossibile da accettare. Immagini come il dolore della madre Lucia, già provata dalla tragedia che negli scorsi aveva colpito il marito, e ora chiamata a superare una nuova perdita incalcolabile: quella di dover dire addio al figlio. Immagini come i tantissimi giovani, commossi, straziati e del loro applauso sincero con gli occhi rivolto al cielo a cercare quelli di Mattia. Immagini e parole. Come quelle pronunciate nell’omelia dal prevosto Rino Tantardini. Parole che il sacerdote non avrebbe mai voluto pronunciare. “Perché mi trovo qui a parlarvi quando invece vorrei scegliere il silenzio. Avendo ben chiaro – ha scandito - che qualunque frase io posso pronunciare risuoni minuscola rispetto ad un dolore e a una tragedia tanto grandi da risultare quasi insuperabili”. Parole che virano però verso la speranza. “Dobbiamo ricordare il Signore e la forza del suo messaggio. Come nel Vangelo quando Cristo e il suo corteo lieto si scontra in una processione funebre e opera il miracolo. Ricordare e riflettere – ha spiegato il prevosto – sui ragazzi. Su di loro e sui rave dove Mattia ha trovato la morte. Sono scelte, anche simboliche come il ritrovarsi in un’area dimessa, che ci dicono quanto anche tra di loro sia forte la voglia di dimettersi. Sono segnali che ci dicono quanto i ragazzi non si ritrovino nella trama di relazioni e nei modi di vita di questa società. A questo dobbiamo lavorare per non rendere vana la scomparsa di Mattia”. Parole cariche di significato e ricordi. Come quelli della scuola, “in classe al primo banco con un occhio agli insegnanti, uno agli amici e compagni”. E come quelli scavati dalle lacrime dei ragazzi, che dietro ai piercing hanno mostrato tutta la loro consapevolezza per una scomparsa che ora “chiede giustizia”. Giustizia ma non facili sentenze. Perché nessuno tra i tanti presenti ha voluto giudicare. Il giudizio presuppone l’omologazione. E per loro Mattia non era e non è uno dei tanti. Per la madre, i parenti, gli amici, era ed è unico. Questa è stato il loro pensiero fisso di questi giorni. Preservarne il ricordo. “Perché Mattia è speciale”. Come quella stella la cui luce ora viaggia insieme a chi avrà la forza di osservarla. Anche in un giorno buio come ieri.

"Chi ha ucciso Mattia deve pagare"

CASTELLANZA “Basta rave. Basta con queste morti assurde per droga. Chi ha venduto quella roba al mio Mattia è solo un assassino. Non so cosa vorrei che gli facessero ma spero solo che nessuno abbia pietà di lui”. Irene è un fiume in piena. Parla con la forza del dolore. Con la rabbia che non la fa dormire da Pasqua. Da quando ha saputo che il suo ragazzo è morto. Perché se per molti Mattia Lo Castro è solo il raver stroncato da un’overdose a Segrate, per lei è parte della vita. “Un amore indissolubile”. Protetta dall’affetto degli amici ha deciso di sfogarsi. Di raccontarci del suo ragazzo per proteggerlo, difenderlo e chiedere giustizia. Con l’energia di tutta la sua giovanissima età ha scelto di esporsi per lui. Per ripulire il suo ricordo da ogni alone di dubbio. “Io voglio solo che si sappia la verità. Mattia – ricorda con gli occhi carichi di lacrime – non è mai stato un frequentatore di questi raduni techno. Non era un drogato e nemmeno uno sbandato. E’ morto perché qualcuno pur di farsi qualche soldo sulla pelle delle gente lo ha convinto a provare quella roba”. Mdma si sussurra nel gruppo. “Ora – tuona prima di fuggire da via Traversera – bisogna solo fare in modo che la sua morte non sia stata inutile e che si impedisca a quella gente di tornare a fare male e a uccidere”. Poi Irene sale nell’auto di un’amica. Abbassa il finestrino e sussurra ancora una frase: “La sua morte non deve essere vana. Nessuno deve più perdere la vita come l’ha persa lui. Questo sarebbe il modo migliore per ricordarlo”. Un pensiero che per tutta la giornata di ieri è risuonato fuori dal cancello della palazzina dove Mattia viveva con la madre. “Per favore aiutateci. Il dolore è troppo grande. Lanciamo questo appello soprattutto agli amici, e a quelli che al rave sono stati male: se sapete qualcosa di quello che è accaduto, andate al commissariato di Cinisello Balsamo”. Nella famiglia di Mattia Lo Castro si respira la stessa disperazione di Irene. Per tutti è impossibile accettare che il 19enne di Castellanza è stato rapito alla vita da un acido preso in dosi massicce. A parlare per loro è lo zio Giovanni Bonfiglio. “E’ fondamentale la collaborazione di chiunque sappia qualcosa”. Un appello che fa il paio con quello lanciato al chiuso della sua casa dalla madre. “Trovate chi ha fatto morire mio figlio, - ha detto anche agli agenti di polizia - ho già subito troppi dolori nella vita”. E in via Traversera a Castellanza, dove anche ieri è continuata la spola di parenti, amici e vicini pronti a stringersi intorno alla madre, quelle che riecheggiano sono solo parole d’affetto. “Di sicuro è incappato in questa droga per caso. Ne sono convinto e proprio per questo forse – spiega un vicino di casa con un figlio della stessa età del giovane scomparso – non ha saputo valutarne la pericolosità”. Ma intanto il dolore dei familiari non trova pace. Specialmente quello della madre e della fidanzata di Mattia. Loro hanno chiesto solo “che sia fatta giustizia”. Che si inchiodino i colpevoli di questa tragedia. Una tragedia reale ma ancora impossibile da accettare. Per loro come per gli amici del giovane. In estate sarebbero partiti tutti insieme per Berlino. Ieri sera, invece, lo hanno ricordato nella chiesa di San Giulio con la recita del Rosario in suo suffragio.

Morire di rave nel giorno di Pasqua

SEGRATE Stroncato da un cocktail di sostanze stupefacenti e acidi. Così è morto Mattia Lo Castro, il diciannovenne di Castellanza vittima del rave dell’ex Dogana ferroviaria di Segrate. Il suo corpo si è arreso dopo dodici ore di agonia, verso le 16 di domenica, nel reparto di rianimazione dell'ospedale “Bassini” di Cinisello Balsamo. Qui è arrivato proprio all’alba di Pasqua già in fin di vita tanto che per quattro volte i sanitari del 118 sono riusciti a rianimarlo, dopo altrettanti arresti cardiaci, prima di arrendersi all’inevitabile. Secondo quanto ricostruito intorno alle 4 di domenica, dopo un malore, alcuni dei partecipanti al rave lo hanno portato di peso fino al cancello d’ingresso dell’area dismessa. Ad attenderlo c’era un’ambulanza che lo ha trasferito in ospedale. Una corsa disperata, poi le cure. Ma tutto si è rivelato inutile a causa del micidiale effetto delle droghe sull’organismo del ragazzo. Ora la salma di Mattia si trova all'Istituto di medicina legale di Milano dove ieri per l’ultimo saluto erano presenti una quindicina di persone tra parenti e amici. Sarà infatti l’autopsia, anche se vi sono pochissimi dubbi sull’overdose, a chiarire le cause precise del decesso e quali sostanze abbiano stroncato il 19enne di Castellanza. Intanto sono scattate le indagini della Polfer per tentare di rintracciare tra i partecipanti al raduno gli amici del ragazzo morto e per individuare chi gli abbia ceduto la dose mortale. Quello di Mattia Lo Castro è stato il caso più grave ma non il solo di una serie di malori che hanno colpito i partecipanti al rave. Durante la notte di sabato, infatti, le ambulanze erano intervenute altre due volte: prima per un giovane caduto all'interno di un pozzo profondo cinque metri che ha riportato un trauma facciale, poi per la segnalazione di un altro ragazzo vittima di un collasso e in seguito, stando alle testimonianze, ripresosi da solo senza bisogno di cure. Eventi che insieme alla notizia della morte del 19enne hanno indotto gli organizzatori a interrompere prima del tempo, anche se in ritardo, il flusso incessante di musica e balli. Il rave, infatti, doveva proseguire fino a oggi, ma è stato stoppato nella nottata di Pasqua. Con il migliaio di persone provenienti da tutta Italia e dall'estero che hanno abbandonato lentamente l'immensa area dimessa. Lunedì a mezzogiorno così del rave organizzato alle porte di Milano Due sono rimasti solo una distesa di rifiuti sparsi in ogni angolo dell'ex dogana ferroviaria.

Le tappe del rave

LA FESTA
Prima l’annuncio generico su internet, visibile da settimane. Nel pomeriggio di venerdì 21 marzo, a poche ore dall’inizio del party clandestino il tam tam si fa più insistente ma, a differenza di quanto successo in altre occasioni, non vengono fornite indicazioni precise: si sa solamente che la festa è in zona Milano. Accessibile solo agli iniziati, alla gente che sa dove trovare le informazioni. La sera di venerdì lo sballo ha inizio. Poche centinaia di giovani si concentrano nell’area dell’ex dogana ferroviaria di Segrate e ballano al ritmo della musica techno, tra droga e alcool, in un’atmosfera surreale, in stile Blade runner.
LO SBALLO
Per tutta la giornata di sabato 22 marzo la festa continua, mentre la polizia controlla da lontano. La notte tra sabato e domenica per il rave è il momento clou, quello in cui alla festa si concentra il maggior numero di persone.
IL MALORE
Alle 4 del mattino di domenica 23 marzo un ragazzo si sente male, è Mattia, cade in terra in preda a quella che è stata descritta come una crisi epilettica, probabilmente sotto l’effetto di droghe. Gli amici lo soccorrono e chiamano il 118. Mattia viene portato all’ospedale di Cinisello Balsamo.
LA MORTE
Per il giovane di Castellanza inizia una lunga agonia. Ci vogliono 12 ore e quattro arresti cardiaci prima che il suo giovane cuore smetta definitivamente di battere. Nel tardo pomeriggio di domenica si diffonde la notizia della morte di un raver, una notizia che circola lentamente anche tra i sound, che comunque non smettono di suonare fino a lunedì 24 marzo, quando la tragedia era già di dominio pubblico da diverse ore.

Noi al rave della morte

SEGRATE (MI) Morire a 19 anni per una dose letale di acido è assurdo. Venire a sapere della notizia e continuare a dimenarsi, a cercare droga, ad annullarsi, lo è ancora di più. Eppure la giostra del rave non si è fermata. Nemmeno di fronte ad un dramma più grande di ogni sballo. Episodi che abbiamo vissuto in presa diretta, nell’ex dogana ferroviaria di Segrate. Perché al rave della morte noi ci siamo stati. Lì, tra il fragore delle casse, abbiamo appreso la notizia della scomparsa di Mattia Lo Castro, diciannovenne che viveva a Castellanza, assieme la madre, in via Traversera. I principali Tg avevano parlato delle gravi condizioni del giovane già dalle prime ore di domenica mattina, ma tra i furgoni e le tende dell’accampamento abbiamo avvertito solo indifferenza. Quando siamo arrivati, alle 15 del giorno di Pasqua, Mattia era ancora in vita. Le sue condizioni, seppur gravissime, non annullavano del tutto la speranza. Eppure, in quell’area immensa c’era traccia di tutto, tranne che della preoccupazione. Abbiamo deciso di entrare per girarla e raccontare quello che avremmo visto. Sotto il vecchio capannone i sound system sono tutti in funzione, a pochi metri di distanza l’uno dall’altro sparano musica a 180 battiti al minuto, contendendosi l’attenzione del popolo techno. Capannelli di ballerini resi instancabili dalle droghe sollevano nuvole di polvere pestando ritmicamente il terreno. Qualcuno si scalda attorno a falò improvvisati. Altri sonnecchiano su vecchi materassi abbandonati. Ma è la droga, ancora una volta, a farla da padrone. Questo nonostante il passaparola racconti di almeno un giovane in fin di vita. "L’ho visto svenire all’improvviso – ci confida una ragazza sdraiata sul binario del deposito – poi mi hanno detto che si è rialzato e che stava meglio". Altri, invece, raccontano di "crisi epilettiche e di alcuni ragazzi che lo hanno trascinato all’esterno, fino all’ambulanza". Sono le 18.30 quando al telefono ci avvisano della morte del giovane. Altri, come noi, ricevono la notizia ma la musica continua a martellare corpi e cervelli dei forzati della musica techno. Forse non tutti lo sanno ancora. Di certo chi è arrivato a Segrate per spacciare non si cura di questo dettaglio. Una ragazza italiana ci propone “MdMa”, ne tiene in mano un cristallo grande quanto una pallina da tennis. Al suo fianco due pusher offrono hashish, coca ed eroina. Nonostante siano già trascorsi due giorni e mezzo il mercato della droga ha ancora molto da offrire. "È ora di finirla di criminalizzarci e di etichettarci – sbottano alcuni partecipanti -, siamo solo dei ragazzi che vogliono divertirsi in pace, lontano da imposizioni e dall’omologazione comune. Le droghe girano e lo sappiamo tutti. Il rischio è alto e lo accettiamo nello stesso momento in cui prendiamo parte a una festa illegale". Così, in piena notte, quando stiamo per lasciare l’area, anche tra i raver iniziano le operazioni di smontaggio. Ma è già troppo tardi. La distesa di immondizie e la giovane vita spezzata sono lì a ricordarlo.

Dopo il rave la stangata. Denunciati 114 giovani

CASTELVECCANA 114 giovani denunciati per il rave di Castelveccana. Si sono chiuse così, dopo quasi due anni, le indagini dei carabinieri di Luino coordinate dal sostituto procuratore di Varese, Massimo Politi, sulla megafesta illegale che nel weekend del 10 e 11 giugno 2006 aveva animato il tratto di spiaggia della frazione di Caldè, all’interno del perimetro della fornace attiva fino agli anni '60. Un risultato raggiunto dopo il blitz che aveva interrotto il rave alle prime luci di domenica, con tanto di identificazione dei circa 200 partecipanti rimasti, e una serie di 19 perquisizioni domiciliari in Lombardia, Piemonte, Toscana e Emilia Romagna. Chiuso, dunque, il cerchio sui responsabili dell’invasione, ovviamente non autorizzata, dell’area da 10mila metri quadrati di proprietà della società romana Santa Veronica srl. Per tutti i 114 indagati l’accusa è quella di “concorso in occupazione aggravata di terreni ed edifici altrui pubblici o privati”. Reato che ha costretto i carabinieri a spulciare letteralmente il codice penale proprio per trovare un modo di inchiodare alle proprie responsabilità una parte dei partecipanti, quelli ciò considerati il nucleo organizzatore, evitando così spiacevoli conseguenze a quella parte di “curiosi” aggregatasi dopo l’occupazione. Obiettivo centrato grazie allo sforzo investigativo dei carabinieri della compagnia di Luino che, oltre ad indirizzare in maniera chirurgica i loro controlli, hanno anche decodificato ogni aspetto dell’organizzazione di queste feste illegali a base di musica, alcol e droga. I “promotori”, infatti, stando a quanto emerso, avevano prima divelto il cancello d’ingresso, per poi occupare l’edificio e l’area circostante in modo da averla a disposizione per l’intero weekend. Ma non solo. Perché nei giorni precedenti via internet, sms, e con “passa-parola”, stando a quanto accertato dagli inquirenti, si era provveduto alla necessaria pubblicità. Il tutto per un evento in grande stile: tre piste dislocate in varie aree, servizio di distribuzione viveri e bevande, e consumo sfrenato di sostanze stupefacenti. Aspetto fondamentale di ogni rave visto che permette agli organizzatori di rientrare dei costi, garantendo anche ampi margini di guadagno. Il tutto però senza fare i conti con i militari dell’Arma che, dopo la segnalazione dei residenti, proprio nella notte a cavallo tra sabato 10 e domenica 11 giugno si erano attivati nel monitoraggio per poi far scattare il blitz. Circondando di fatto l’area si era così arrivati all’identificazione di circa 200 persone, scremate poi in fase di indagine, alle 114 denunciate. Individui che si aggiungono ai 4 già finiti nei guai per possesso di droga, e all’arresto di uno svizzero residente a Sesto Calende, all'epoca 29enne, sorpreso con 60 grammi di marijuana.

No sound, no people, no party

CASTELLANZA Siamo andati al rave di Castellanza, annunciato dalla stampa locale come l’ennesimo devastante evento, arrivato a portare scompiglio nella tranquilla provincia varesina. I tam tam dei corrispondenti e degli inviati riferivano di cordoni di polizia, forze dell’ordine pronte all’intervento e pericoli imminenti… addirittura di giovani assalitori che avrebbero colpito i volontari della protezione civile a colpi di carbonella. Alla prova dei fatti il mega party clandestino si è rivelato una delusione. Poche centinaia di persone e un unico sound system che perdeva gran parte del suo fascino e della sua potenza proprio per via della sproporzione tra l’immenso spazio dell’ex salone del tessile di viale Borri e la natura limitata dell’evento.
Poco prima della mezzanotte di sabato siamo partiti dalle nostre abitazioni alla volta del confine meridionale della provincia di Varese nella speranza di trovare pane per i nostri denti. Una volta sul posto abbiamo girovagato per alcune decine di minuti per le strade tra Castellanza e Busto Arsizio, alla ricerca della location indicata. Finalmente, richiamati dai lampeggianti blu della protezione civile, abbiamo individuato il posteggio. Lasciata la macchina e indossati i panni dei festaioli, ci siamo diretti verso uno degli ingressi della festa, siamo entrati ma, a parte gli odori trasgressivi e la grande concentrazione di idrocarburi in sospensione nell’atmosfera della struttura in disuso, non abbiamo provato grandi emozioni. L’area da ballo, stretta in un cerchio di camper e furgoni, come a simulare una moderna carovana tecnologica, era mezza vuota, illuminata da fari alogeni fissi che hanno smorzato il fascino che solo le tenebre riescono a conferire a questi luoghi abbandonati. Ci bastano pochi minuti per capire che l’evento non è all’altezza delle nostre aspettative, tant’è che alla 1.30 decidiamo di girare i tacchi e alle 2 siamo di nuovo a casa.

Happy new year party: il rave di capodanno

VEDANO OLONA 72 ore ininterrotte a 180 battiti al minuto. Quasi 6 mila persone nelle ore di picco, più di 10 mila quelle che si sono alternate nei tre giorni di festa. È l’happy new year party, il rave di capodanno ancora in scena nella ex cartiera del Ponte di Vedano. Noi ci siamo entrati. Di giorno e nel cuore della notte.
Il frastuono delle casse pompate al massimo riempie la testa. Quasi ti avvolge e ti piega. Le luci stroboscopiche spezzano l’oscurità e proiettano le ombre sulle superfici decadenti della fabbrica, stampando le istantanee dei mille volti assenti del popolo dei raver. Nell’aria odori strani. Polvere. Tabacco. Gasolio. Hascisc. Petrolio. Legna. Plastica. Tutto si mescola. Tutto si trasforma. Luci, suoni e colori, elementi di un universo parallelo, dove i confini dell’illecito cambiano e la massa dei raver ridisegna la mappa del possibile.
Così la valle Olona, sfregiata dall’abbandono dei suoi capannoni, immersa in un dedalo di non luoghi, abbandona la sua apparente immobilità. Ed ecco che il fenomeno si ripete ancora. A pochi mesi di distanza dall’ultimo grande evento di Cairate, la valle del silenzio inizia nuovamente a tremare sotto il peso dei bassi, di suoni elettronici e industriali, espansi e concentrati, rettilinei e frammentati. Sullo sfondo, lunghi camion e vecchi tir iniziano a scaricare muri di casse, impalcature, teli, mixer, piatti, luci. Le indicazioni della piantina conducono a Vedano, i messaggini dei cellulari confermano. L’obiettivo della rivolta techno è la cartiera dismessa. Attorno alle due di notte dell’ultimo giorno dell’anno, è un vecchio camion militare con tanto di verricello a scardinare cancello e sbarre. “Il rave ha inizio”. Tra i capannoni di un glorioso passato produttivo si scaricano così amplificatori e mixer. Si piantano le tende. Si mangia, si beve, ci si droga senza interruzione. Così tutto acquista apparentemente un senso in un labirinto di capannoni smantellati. Tra i vetri e le polveri, ci si scalda con i copertoni bruciati. E l’atmosfera così diviene a tratti irrespirabile. Freddo estremo, sballo infinito. Queste le parole d’ordine. È molto facile perdere l'orientamento. Almeno sette, otto sound diversi, disposti a ridosso di vecchi furgoni francesi da trasloco, tipici bus inglesi da viaggio, camion militari tedeschi e moderni tir da trasporto merci. Prendono corpo così i set, più o meno chiusi, ognuno dei quali compone un ambiente sonoro autosufficiente. Ogni sound ha i suoi simboli - tra gli ideogrammi e i segni tribali - tracciati però con i colori fosforescenti della cultura techno. I camion vendono bibite, energy drink, magliette, nastri autoprodotti. Gli spacciatori, fumo, ecstasy, trip, speed, ketamina, md e strisce infinite di cocaina. Da tirare sulle custodie dei cd, con le banconote arrotolate. Mentre il frastuono informe ti colpisce timpani e stomaco. E l’aria di polvere, fuochi e plastica bruciata si diffonde.
Fuori il mondo diviso tra curiosi e infastiditi non trova risposte. Gli amministratori comunali si preoccupano, la gente domanda, i benpensanti rumoreggiano e le forze dell’ordine sorvegliano. Le macchine e i camion sono posteggiati in ogni dove. Le strade che circondano l’area sono intasate, si passa a fatica. A 180 battiti al minuto il tempo passa veloce. Quando il termometro segna meno otto gradi e il primo sole del 2008 illumina la valle, i frequentatori occasionali lasciano il Ponte di Vedano. Sono soprattutto varesini, ticinesi, comaschi e milanesi, mentre tra gli oltranzisti c'è chi si gode il primo sole del mattino, chi si rannicchia in tenda, chi si concede una passeggiata lungo il fiume, chi si cerca un anfratto per rubare un po’ di intimità. Alcuni giocolieri si esibiscono lanciando palle e birilli, mentre tutto intorno le casse continuano a pulsare e i raver a ballare.
Andando via dal rave di Capodanno la sensazione per noi profani è così una sola e rimane appiccicata sulla pelle. Sembra di essere entrati in contatto con qualcosa di completamente nuovo: incredibilmente moderno e tecnologico ma allo stesso tempo atavico, pre occidentale. Una specie di carovana tzigana che gira suonando una nenia che racconta di altri mondi, che forse esistono o forse no.

Le aree dismesse, rifugio degli autoesclusi

Un tempo erano parte integrante del sistema industriale varesino. Immense aree produttive disseminate lungo una valle, quella dell’Olona, che ha dato linfa all’economia del territorio durante il boom industriale e lavoro a centinaia di famiglie. Gli anni passano. Mutano le esigenze. E i tempi dei grandi insediamenti produttivi tutto ad un tratto sono stati scanditi da nuove parole d’ordine, come riconversione, delocalizzazione o cessazione. Così le grandi cartiere della Valle, una dopo l’altra hanno chiuso i battenti, lasciandosi alle spalle parecchie ferite, molte delle quali ancora da rimarginare. Quelle fabbriche che per anni sono state luogo vitale di un’economia vigorosa, ma anche frenetica e assordante, oggi sono abbandonate a loro stesse, svuotate di ogni significato. Dinosauri di cemento e mattoni. Migliaia di metri cubi di cocci e detriti di cui negli ultimi anni nessuno sembra essersi curato. Oggi, per la seconda volta nell’arco di pochi mesi, l’opinione pubblica torna invece ad occuparsene. D’improvviso i “fossili” dell’archeologia industriale della Valle Olona tornano al centro dell’attenzione e fanno parlare di sé. E via con le levate di scudi in nome della proprietà privata e della tutela dell’ambiente, diritti violati da un esercito votato unicamente allo sballo. E come nelle teorie da cattedrati sulla società postmoderna, anche le esperienze che abbiamo vissuto da vicino con i rave di Cairate e di Vedano Olona ci mettono di fronte ad una spaccatura. Da una parte chi ritiene naturale l’abbandono di ciò che non serve più. Dall’altra chi promuove, a suo modo, il recupero dello spazio a nuove funzioni. Uno spazio che, di fatto, oggi rappresenta un vuoto urbano, un rifiuto, che è stato eletto per alcuni giorni a rifugio di un popolo di autoesclusi. Gente che sceglie di vivere ai limiti del possibile, in bilico sul filo dell’eccesso, appropriandosi di luoghi dimenticati. Un’orda primitiva dalla condotta morale biasimata dalla collettività. Che ha però il merito involontario di puntare i fari su delle realtà dimenticate, spalancando le porte al dibattito sul futuro di questi luoghi. Insinuando nell’opinione pubblica un dubbio. Forse non è poi tanto sano lasciare che migliaia di metri quadrati di superficie industriale restino improduttivi, abbandonati, mentre altrove qualcuno sta già approvando l’edificazione di nuovi capannoni. Forse per bloccare i rave, basterebbe fermare il degrado.

Inviato nella notte del rave di Cairate

CAIRATE 180 battiti per minuto. Le note solide dei giganteschi subwoofer entrano dritte nella pancia. Da lì nel cervello. Ed è uno sballo. Un esercito di neo molleggiati e cyber giovani si fanno travolgere da un muro di luci e musica, agitandosi come in una pazza tarantella collettiva. È il rave. L’ambientazione postmoderna e suburbana, dove dominano buio, polvere e tecnologia, mi rimanda la mente ad atmosfere lette solo nei romanzi di Philip Dick. Sono stregato. L’evento ha raggiunto proporzioni che mai avrei immaginato poter riscontrare in terra varesina: un’orda tecnoprimitiva si è radunata nei capannoni abbandonati di una cittadina di provincia, spuntando quasi dal nulla, per un evento che si è costituito da sé, e che ha richiamato migliaia di giovani da tutta Europa, regolato da meccanismi che non riesco ad indagare. Sembra di vivere in uno spazio tempo dominato da regole proprie, dove la libertà e l’antiautoritarismo si mescolano fino a creare un brodo di eccitazione consapevole. Le elucubrazioni sullo straordinario fenomeno mi bastano per “sballare” e rinuncio dunque volentieri alle vasta gamma di proposte narcotiche che esplorano tutto lo scibile nel campo delle droghe, leggere o pesanti che siano. Mi fermo ad acquistare una birra ad una delle decine di bancarelle spontanee che contornano l’area della festa. Assieme alla birra, al caffè e ad un panino con la mortadella si possono acquistare dosi di cocaina, eroina, md, speed o trip. Non manca nulla. Tutto è tremendamente alla portata. Così passato e futuro vivono in un presente incorporeo ed evanescente. Esperienze lisergiche anni settanta si mescolano a quelle tutte anfetaminiche figlie delle più recenti e trasgressive tendenze celebrolesive. Non ci faccio caso. Fuori dai capannoni sento parlare in tedesco, spagnolo, inglese, tra gli italiani i dialetti e le inflessioni tradiscono provenienze da tutto lo stivale. Entro e mi butto nella mischia. Un muro di casse sparano musica techno, house e hardcore a un volume assordante, sotto ai piedi calpesto una coltre di lattine e vetri rotti, incrocio gli sguardi allucinati dei raver più accaniti assieme a quelli increduli dei neofiti. Tutt’intorno a me è un continuo dondolio di corpi ad un ritmo allucinante. Per ore ed ore. Esco a prendere un po’ di aria e mi accorgo che è quasi mattino. Le orecchie fischiano e la testa pulsa. Le orecchie hanno sentito troppo e le gambe non reggono più. Così guadagno la via di casa e lascio che la festa continui. Passo sotto al ponte di Cairate. Ritrovo la mia macchina e faccio ritorno nel mondo reale.
[LA PROVINCIA DI VARESE - Aprile 2007]